A caccia del ristorante di pesce

“Guarda, fanno delle mazzancolle sulla piastra, proprio così…”, e la mano aperta si muove su se stessa  per far capire il movimento della griglia che viene girata di qua e di là. E’ estate e scatta puntuale dalla città la corsa alla mangiata di pesce. “Andiamo al mare a mangiare il pesce?”, si proponeva negli anni 70-80, poi pian piano nel tempo si è scoperto che il pesce c’è anche qui e soprattutto in luoghi insospettabili. “C’è un posto a Medicina che fa il pesce alla grande…”, “c’è una trattoria vicino a Castel San Pietro dove mangi i gamberetti rossi del Mar Nero…”, “c’è una bettola dietro ad Anzola dove hanno le ostriche della Nuova Zelanda…”. Come se al mare il pesce non si mangiasse nemmeno più o facesse schifo mentre “lì a Lavino c’è uno che tutte le mattine lo va a prendere dai pescatori di Senigallia e lo porta su”. Che poi c’è sempre uno che commenta: “Par me l’è un quajàn”. Certo che ancora qualcuno ci prova a fare la famosa “volata” al mare. “Siete mai stati “da Titta” a Cesenatico?” (nome per dire) e appena gli altri dicono di no reazione decisa: “Ma come? Ma voi siete pazzi, lì il pesce è il massimo dei massimi”. Aggiungendo: “Fa un crudo che neanche a Tokyo!” (come se tutti sapessero benissimo com’è a Tokyo). E rimarcando la moda del pesce crudo che fino a circa cinque o sei anni fa veniva commentato invece con profondo ribrezzo (“crudo? No crudo a tal magn po’ te!”).

Partono di solito le due macchinate con le quattro coppie. Per ragioni di lavoro la partenza non è mai intelligente ma completamente beota perché avviene alle 18,30 del venerdì sera. Coda di quattro ore e si arriva da Titta (dalle macchine ci si telefona per dire semplicemente “soccia!…”, senza aggiungere altro).  Uno che conosce già il locale fa l’introdotto, ma da Titta non si ricordano minimamente chi è e lo trattano come tutti gli altri. Alle 11 siamo ancora agli antipasti. Una delle donne di solito dice: “Ma non potevamo andare al Gambero Rosso di Zola Predosa?”. Gli altri non commentano ma cominciano ad avere il sospetto che abbia ragione.

Da Titta si mangia normalissimo. Dopo il primo momento in cui ogni portata viene commentata da “squasi” spropositati a un certo punto uno butta là: “Secondo me il pesce è più buono nella pizzeria Vesuvio sotto casa mia”. “Ma lo va a prendere lui?”, chiede l’organizzatore delle spedizione che spera di salvarsi. Risposta: “No anzi, glielo portano così evita la rottura di marroni”.

La serata finisce a mezzanotte e mezza con l’ordinazione del sorbetto e con la classica domanda che di solito fa una delle donne: “Ma è da mangiare o da bere?”. Il cameriere risponde a fatica perché il sorbetto è sempre uguale e sempre lo sarà e cioè un sorbetto.

Il viaggio di ritorno è solitamente dedicato, anche se è tarda notte, al commento sul conto con uno che sostiene che il pesce alla fine non costa niente e che lui se lo compra in pescheria spende 25 euro e ci mangiano in quattro.

Si torna a casa un po’ mesti, ci si saluta e alla fine il risultato è, quasi sempre, che gli otto bevono tutta notte.

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