Basta un calice di vino
e viaggi in tutto il mondo

rsz_vinoCoi vini si fanno dei viaggi incredibili. Nessuno l’avrebbe mai immaginato, soltanto qualche anno fa, quando al ristorante se ordinavi del vino, la domanda era “Bianco o rosso?”. Adesso è cambiato il mondo. A parte che a volte, chiedendo del vino, ti viene sganciato sul tavolo un tomo che un faldone dell’ufficio del catasto farebbe ridere al confronto. La carta dei vini. Un librone che per consultarlo ci vuole un anno e mezzo (salvo poi scegliere, dopo dubbi siderali, un vino che al momento non c’è, deve arrivare perchè le cose che non ci sono in generale devono sempre arrivare). Di sicuro c’è che nessuno, eventualmente, può portarsi a letto una carta dei vini da leggere prima di addormentarsi perché, in caso di una bottarella di sonno e di conseguente caduta del tomo sul naso, ne finirebbe gravemente leso. Ma dicevamo che con i vini si viaggia. Spieghiamo con un esempio. Ora dell’aperitivo in un bar-enoteca o comunque in un posto in cui il proprietario ha velleità vinesche. Vai al bancone a riempirti il piattino di porcherie varie (spuatacchiate da altri che si sono salutati lì davanti poco prima) poi ti siedi al tavolo. Tra parentesi il tuo piattino è composto di cose che abitualmente non starebbero insieme neanche con l’Attack, cose assurde, tipo un cappero gigante, una tortina al cioccolato, una montagnetta di ragù, cinque tacos, otto patatine, un sedano e un caghino di gorgonzola. Arriva il cameriere, spesso il proprietario, che dice: “Da bere vuole qualcosa?”. “Sì – rispondi – un bianco va bene”. Gli altri con te annuiscono. “Ha qualche preferenza?”. Se hai solo un attimo di esitazione lui inevitabilmente dice: “Ci penso io, vi faccio sentire una cosa…”. Poi torna con una bottiglia (che tiene rigorosamente e pericolosamente con tre dita nella parte inferiore, in quello che si dice il culo della bottiglia), comincia a versare e fa: “Qui siamo in Friuli…”. “No, qui siamo in via Arno”, dici non aspettandoti un teletrasporto così veloce. Lui sorride e continua a versare raccontando tutto su quel vino, anche quante caccole ha nel naso in questo momento la nonna del produttore. Vanno di moda, per la cronaca, i “piccoli produttori”. Quelli grandi sembrano banditi, c’è la mania dei piccoli, la piccola azienda, una casina, il cesso fuori, due vigne di un metro e mezzo ma….”un gran prodotto, un gran prodotto veramente”. Insomma siamo in Friuli. Ma succede anche che dica: “Qui siamo in Abruzzo”, o “Qui siamo in Toscana”, o “Qui siamo sopra a Castel San Pietro” e quest’ultimo teletrasporto ti risulta visivamente più facile. Col vino insomma giri il mondo in un secondo e mezzo. Fantastico. Vieni catapultato anche lontanissimo. Tipo: “Qui siamo in Sudafrica”, che te hai sempre desiderato andarci e adesso il gestore del locale ti dà una certezza, cioè che ci siamo già, non che forse ci andremo. Te ti figuri di essere in Sudafrica e mentre bevi ti immagini il leone che spunta dalla boscaglia e che magari ti dice: “E te che cazzo ci fai qua, stai ben in via Arno va là”. Si impara anche la geografia coi vini. “Qui siamo in un piccolo borgo sopra a La Spezia, nelle colline, un posto che si chiama Sanculò”, e tu dopo sai che esiste. Bello no? Nessun proprietario di enoteca o osteria arriverà con una bottiglia e ti dirà semplicemente: “Vi faccio assaggiare un vino friulano…o toscano o abruzzese, o siciliano”. Guai. Aprirà invece sempre il docu-film (termine di terrificante bruttezza, usatissimo) con l’immagine del paesaggio. “Qui siamo in Carnia…”. Qui dove? Guardi fuori dalla vetrata e vedi l’11, con scritto Ponticella. Allora non è vero!

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