Addio passato di verdure oggi trionfa la vellutata!

rsz_vellutata_fotoVellutata di pomodori e finocchi. Vellutata di piselli. Vellutata di ceci e patate. Vellutata light di zucca carote. Ce l’abbiamo fatta alla fine. Dopo faticosi sforzi siamo riusciti a sconfiggere definitivamente dal termine “passata” e ci siamo catapultati dentro al mondo delle vellutate. Addio vecchio, caro passato di verdura. Adesso se uno dice “passato di verdura”, tutti fanno puah, storcono la bocca, come se avessero assaggiato una cacca di un piccione che ha avuto problemi di intestino. Il passato di verdura è ormai roba da ospedale di provincia, da pensionato quando ha 37,3, da nonna con la diarrea. Passato di verdura è quasi sinonimo che uno non sta benissimo, così come concetto. Invece, vuoi mettere con la “vellutata”? Le donne alla parola vellutata per esempio vanno in sollucchero. La vellutata fa morbido, fa coccole, fa fusa, fa sano, fa dieta. “Sì, sì, ecco io prendo la vellutata…”, fanno, e la testa si muove convinta con quel modo ondeggiatorio dei certi carri del carnevale di Viareggio. Poi la mangiano con quella diligenza compita, avvicinando la bocca al cucchiaio nella stessa posizione che usano per i selfie, e cioè a culo di tacchino, stretto, perché si è preso paura.

Il mondo delle vellutate impazza. E la gente delira per piatti che arrivano a tavola con dentro un liquido giallo, che spesso assomigliano, ma non vorremmo essere troppo pessimisti, a certi risultati corporei di certi bambini itterittici. “Che buona, che buona!”. “E’ splendida!”. “E’ una poesia”. Ebbene sì, la vellutata è spesso una poesia. Tipo: “Oh vellutata che io sto mangiando, guardando il sole che va declinando, e sorseggio poi sussurro “orpo”, ma fra un’ora forse vo’ di corpo”. Come esempio eh. Poesia senza pretese. Cioè adatta per la vellutata, che se dovesse cominciare ad avere anche delle pretese saremmo a posto. Ogni piatto ha una sua faccia. Poi, o è buono o non è buono. Ecco, la vellutata, vista la faccia che di solito ha, deve essere buona, per forza. Perché se ti arriva un piatto nel quale galleggia un liquido verdolino (piselli) dalla tristezza senza precedenti, deve essere spettacolare sul piano del gusto, sennò è da lavandino diretto. Ogni tanto per arricchire la brodaglia dai colori tenui e “vellutati”, ci si mette qualche crostino di pane che alla fine risulta essere di gran lunga migliore della vellutata e uno si strafoga di crostini perché non si vede l’ora, nel marasma di liquidi, che qualcosa almeno crocchi. Il crocchio fa allegria. Il brodino invece appartiene all’universo dell’umidità.

Naturalmente su come si fa la vellutata c’è già una letteratura. Mentre la passata o il passato era di verdure, di legumi, di ceci o di fagioli, adesso si squadernano nei menù delle vellutate calde di zucca con salvia e scalogno, delle vellutate al sospetto di ortica con la cartezza di sedani, delle vellutate al profumo di basilico che poi dopo un po’ va via, delle vellutate crema di zucca di Altedo con reminiscenze di cipolle di Minerbio, delle vellutate di piselli nani con carote giganti che alla fine poi vincono i piselli, delle vellutate al ritorno di ramandolo che nessuno poi aveva mai saputo che era andato via, o una vellutata con pastincerci, sfrugoli, aspodermi, cretole e ravanelli di periferia. Che sui ravanelli ci si arriva ma sugli altri ingredienti si fa una gran fatica anche perché li abbiamo inventati noi e non esistono. Ma se il ristoratore è bravo, i clienti, anche senza aver capito una minchia, commenteranno: “Buonissima vellutata! Son tutti ingredienti che mi sono sempre piaciuti”. Trattasi del meraviglioso mondo del cinema, del teatro, della cucina, e di tutto quello che puoi inventare oggi con la fantasia, senza che ti rompano i marroni.

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