All’eucalipto o al nero di seppia, oggi un semplice the non basta più!

rsz_te_verdeSuccedeva fino a non molto tempo fa. Uno ordinava un the al bar e gli davano un the. Nessuno chiedeva che tipo di the volesse e nessuno specificava. “Mi fa un the, per piacere?”. “Pronto”. E il barista ti faceva un the. Che the era quello lì, quello che abbiamo bevuto per anni, quella bustina col cordino attaccato dove sopra c’era scritto “The”? Risposta: era un the. Un normalissimo the. E il the delle cinque delle signore anziane ma sempre in ghingheri al Bricco d’Oro o da Zanarini? Con il piattino stracolmo (per poco) di pasticcini? Che the era quello lì? Era un the. E basta. Dal colore marroncino, che diventava più scuro se lasciavi la bustina in infusione più tempo. Non era un problema il the. Anzi. Sembrava una cosa semplicissima. Adesso, a distanza di pochi anni, è cambiato il mondo. Se uno ordina un the (o una tisana, altra roba diventata di moda da un po’ di tempo) ti arriva al tavolo, o anche sul bancone, un mobile. Proprio così. Un mobiletto con le ante e gli scomparti, dove negli scaffalini sono stipati milioni di tipi di the. Chiedi un the e ti arriva un mobile. Nessun barista si azzarda più a farti un the normale, uno che decide lui. Non si sogna nemmeno lontanamente di prendersi una responsabilità così. E non è che ti dia da scegliere quattro o cinque the, ma cinquanta, se va bene. La gente si tuffa nel mobile, ravana, legge le bustine, ha bisogno degli occhiali perché a volte è scritto a dimensione leggibile solo dagli insetti, guarda, soppesa, poi mette a posto il mobile e tira fuori la bustina scelta. Dicendo: “Provo questo”, dove di solito, per essere originali, si cade nella scelta del “the al nero di seppia”, o del “the all’ascella di dromedario”, o del “the all’ex fiore di cactus” (nel senso che il prima lì c’era un cactus, adesso crescono delle erbe che le cacche di mucca fanno diventare buonissime per il the). Insomma è scattato il delirio del the. Se uno ordina oggi un the normale al bar viene guardato malissimo, con grande sospetto, come fosse un potenziale terrorista dell’Isis o una spia che sta parlando in codice. Non esiste il the normale. Che poi bisogna vedere se una volta il the normale era normale, o era un “the alla promessa di eucalipto” e nessuno aveva mai letto nella busta, sennò uno avrebbe almeno gradito sapere cosa prometteva questo eucalipto. Oggi il the può essere verde, giallo, rosso, nero, oolong, puert, pressato, aromatizzato, con caccole, senza caccole, rilassante, eccitante, calmante, rincoglionente, rinfrescante. Nel mobiletto ci sono tutti. Ecco quindi che si vedono dei tavolini dove intuisci che ci sono un paio di persone sedute, ma non le vedi essendo nascoste dietro all’armadio dei the.
Va molto di moda anche entrare al bar oggi e dire secco: “Un the verde!”. Scommessa: il 70 per cento della gente non sa cos’è. Ma va di moda. Forse perché è verde e perchè “han detto” che fa bene. Quell’ “han detto” contrassegna del resto tutta la nostra vita (“han detto che vien bello”, “han detto che vien brutto”, “han detto che fa male”, “han detto che fa bene”, “han detto che si apre”, quando è nuvoloso). E “han detto che il the verde fa bene”. Infatti vai a leggere e scopri che fa bene perché è antibatterico, antiossidante (quindi se fai la ruggine è l’ideale), preserva dai tumori della pelle, fa dimagrire, previene l’ictus, il diabete, la polmonite, regola il colesterolo e favorisce l’abbronzatura. In pratica uno che beve il the verde è praticamente a posto. La domanda è: dove è stato intanato in tutti questi anni? Perché non ce l’hanno fatto conoscere prima? Era un segreto? Cosa è successo che all’improvviso è saltato fuori? Comunque quando apriamo le ante del mobile e lo peschiamo in uno scaffale, quasi sempre scegliamo lui. Perché siamo fatti così.

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