Quando “aprire un tavolo” una volta era solo per la cena!

rsz_aprire_tavoloQua si passa tranquillamente, mentre gli anni passano, dal fare una chiacchierata su qualcosa, ad imbastire una riunione, a un incontro di lavoro, a un meeting, all’aprire un tavolo. Adesso non si chiacchiera più su qualcosa o si fa una riunione. Roba minima, passata, vecchia e desueta. Adesso si apre un tavolo. Fateci caso. Se ne aprono in continuazione. L’ultimo in ordine di tempo è quello che si è aperto (o si aprirà perché c’è una gamba del suddetto tavolo da aggiustare) per discutere quanti soldi spillare a Saputo per fare lo stadio nuovo. Una volta, tempo fa, l’apertura del tavolo era quando c’era una cena, a casa, con più di quattro persone e allora si apriva il tavolo, nel senso che il tavolo aveva un’aggiunta in mezzo, ripiegata sotto, che si poteva aprire, facendolo diventare più grande e diventava da sei. Adesso aprono un tavolo in ogni angolo. Si parla di viabilità? Si apre un tavolo. Si parla di riqualificare un quartiere facendolo tornare da cinese un po’ più bolognese? Si apre un tavolo. Si parla di mettere altre telecamere per incassare qualcosina sennò in Comune è un po’ grigia? Si apre un tavolo. Si parla di mettere dei zavagli di marmo per abbellire una piazza? Si apre un tavolo. Si parla di risolvere il problema di via Petroni? Si apre un tavolo (lì ne hanno già aperti talmente tanti che è venuta una tavolata, che va da Via San Vitale a via Zamboni). E’ una mania. Intorno poi a tutti questi tavoli la gente sta attenta? Cioè bada lì o guarda l’Ipad o il cellulare per tutta la riunione? Come a tavola. Dove la gente non si caga più e ognuno sta nel suo personalissimo mondo. Perché sempre di tavole si tratta. Si apre un tavolo per qualunque cosa. Un mio amico ieri doveva decidere dove andare in settimana bianca con la famiglia e ha aperto un tavolo. La moglie gli ha detto: “Ma cosa stai ad aprire quel tavolo, lascialo ben in cantina che è tutto impolverato”. E han deciso per Moena, da in piedi. Cioè senza sedersi. La città è piena di tavoli aperti con seduta della gente che discute e deve decidere qualcosa. Infatti non si dice più “Scusa non posso parlare, sono in riunione”, ma “Scusa sono a un tavolo”. Si apre un tavolo per un picnic, si apre un tavolo per decidere se i cambi di Donadoni sono giusti, si apre un tavolo per decidere se dallo stadio si deve o meno vedere San Luca, si apre un tavolo per discutere se sia gli spaghetti alla bolognese sono veri o finti. Poi si aprono anche tavolini e tavolozzi minori. Come quello, proprio sotto Palazzo d’Accursio, dove ci stanno dei giovani che corrono dietro alla gente con una biro per chiedere se vogliono firmare contro la droga. Anche un po’ aggressivi e incalzanti. Ma perché? La droga? Ma quale droga? Ma cosa stanno dicendo? Firmare cosa? E il Comune (o Sovraintendenza ai Beni Culturali) che ti mandano sulla sedia elettrica se metti sul davanzale un vasetto di fiori che non è consono all’arredo urbano, o che cacciano Beppe Maniglia perché fa un po’ di ruggia con la chitarra, permettono che, proprio lì sotto, praticamente in Piazza Maggiore, ti corrano dietro con una biro per chiederti una firma e poi un’offerta che si ha il vago sospetto possa essere devoluta all’acquisto di qualche cannarozza di quelli con la biro? Un’immagine splendida, da gran capitale della cultura, anche per il povero turista che si aggira fra i palazzi medioevali (sapendo poco e male dove andare) e viene braccato per firmare una roba che non sta né in cielo né in terra. Comunque anche lì c’è un tavolino. Aperto. Per rompere un po’ gli zebedei. Adesso vado a pagare una multa, perché dall’elicottero han visto che ho uno stendino in giardino che non è consono al rosso bolognese e rovina l’ambiente. A sàn a pòst! Va bene. Lo tiro via. Ma state mo’ sereni!

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