Benvenuti negli anni dell’impiattamento

Burger-di-rana-pescatrice-Sandro-RomanoMa l’impiattamento? Come siamo messi con l’impiattamento, termine creato in questi ultimi anni di deliri di chef e di cucine di gran moda? Si è sparsa la voce che mangiare deve essere un’esperienza che coinvolge tutti i sensi, non solo il palato e allora è partita la moda del famoso impiattamento. Intanto, il fatto che mangiare debba interessare tutti i sensi è una cosa su cui si potrebbe anche un attimo discutere perché l’udito, per esempio, che cavolo c’entra? Un piatto suona? Tu ascolti due spaghetti alle vongole? O li mangi? E se li ascolti che suono fanno? Due spaghi al tonno suonano diverso? E il tatto? Tu la tocchi la roba da mangiare? Siamo sicuri che bisogna toccare il friggione per assaporarlo meglio? Certo puoi anche toccarlo per poi procurarti la famoda “padella” nella braga che non va più via e su cui si creano meravigliosi aloni di Viavà. A parte che se ti vede l’Usl a toccare una cosa da mangiare vai sulla sedia elettrica. Va bè, lasciamo perdere. Torniamo all’impiattamento. Cioè quell’arte che serve a presentare meglio il cibo. Una roba di moda creata solo negli ultimi anni (anche l’orrendo termine è stato coniato da pochissimo) che una volta, nelle campagne, ma anche nelle case con le vecchie nonne, era semplicemente: “magna mò stè bel piat ed macaròn!”. Impiattavano le nostre nonne o le nostre mamme? Sì certo, impiattavano, perònon si sognavano di far diventare “impiattare” un verbo. Al piat ed macaròn era al piat ed macaròn e basta, non era “impiattato”

Dunque. Sgombriamo subito il campo da inutili giri di parole: impiattare sarà anche un’arte ma è fondamentalmente un modo per non darti niente da mangiare. In cucina prendono uno spaghetto, un cappero, un oliva, un caghino di pomodoro, della verdura, un sospetto di peperone, fanno un cilindrotto compatto, una specie di montagnetta tenuta insieme magari da una gelatina ed è fatta. Coreografie di Don Lurio. Sì perché quest’arte si chiama anche coreografare i piatti. Quando ti arriva il cilindrotto sul tavolo, simile a un pistone di una moto ma colorato, tu lo tocchi, lui crolla e si apre mostrando il nulla eterno, l’abisso della fame, il baratro del mo soccmel (questo è di solito il commento al crollo del palazzetto di Lego). Domanda: è meglio vedersi arrivare, quando si ha fame naturalmente, sul tavolo un bel piatto di tagliatelle fumanti al ragù, messe come viene e cioè sul piatto, a montagnetta logica, o un cilindretto colorato da sfaldare con la forchetta e che dentro non c’è una minchia di niente? “Belloooo!”, dicono le signore quando arrivano questi piatti sul tavolo nati dalle fantasie degli chef (che forse mentre li fanno sotto i baffi ridono). In realtà trattasi di uno spaghetto pomodoro e basilico che viene presentato come l’astronave di ‘Incontri ravvicinati del terzo tipo’. Se a tavola è presente un nonno dirà immediatamente: “Cuss’èl cal bagài?”. Differenze di generazioni ovviamente. In pratica questi impiattamenti hanno due funzioni ben precise. Una è quella di farti gradire maggiormente un piatto, di fartelo gustare prima con gli occhi che col palato, di farti fare “wow” quando arriva in tavola, di farti supporre che in cucina ci sia uno chef che potresti vedere a Masterchef, di farti capire che sei in un ristorante in cui si cura l’immagine, di convincerti che anche l’occhio vuole la sua parte. L’altra è quella di non darti niente da mangiare col miracoloso effetto che tu sei molto contento lo stesso. Buon impiattamento allora, ed evviva la fantasia degli chef. Mentre dal fondo della sala arriva un appena percettibile: “Impiatta ban luquè va là…”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *