Bologna, fra il dire e il fare comanda la tagliatella

Ma è mai possibile? E’ mai possibile che con una squadra così, di fronte a spettacoli di una tristezza atomica (che neanche ai tempi di Cerantola, cito per chi c’era e si ricorda), con delle domeniche dalle quali si viene fuori come da una convalescenza in ospedale, avviliti, smagriti, smunti e con le orecchie da cocker malati, possibile che nessuno abbia un sussulto, uno scatto, una reazione, un’ incazzatura, un qualsiasi cosa che faccia sentire che non va bene e che non se ne può più. E invece, a parte quei trenta o quaranta che vanno a urlare quei due nomacci all’aeroporto o a Casteldebole, tutti rimboccano le coperte della loro tristezza in uno scuotere la testa da cagnolini nei lunotti delle macchine, facendo un po’ di muso, litigando con la moglie, tirando una pacca alla porta del garage e poi andando a mangiare una pizza o qualsiasi cosa d’altro. Bologna esprime questo momento di apocalittica tristezza in tutti campi, dalla vita quotidiana alla squadra di calcio, appiattita nel suo encefalogramma di creatività, di erezione creativa. Niente. Piatto. “E il Bologna?”, si sente chiedere nei negozi del centro. Risposta: “Aaaah…”, un rantolo sommesso e poi il testone che scuote con sguardo nel vuoto. E poi subito pronti per la tagliatella. A noi ci ha rovinato la tagliatella, è inutile che ci giriamo intorno. Siamo così. Ce l’abbiamo lì, nel piatto, fumante come sempre, pronta da arrotolare e fare “mmm” con gli occhi chiusi,  e tutto il resto…e tutto il resto se ne vada a far dei grugni (come si dice in gergo). Siamo obnubilati dal mangiare, in senso fisico, ma anche metafisico, perché abbiamo quel torpore tipico, sempre, al volante, per strada, allo stadio, quando paghiamo l’Imu. Il torpore tipico di chi ha fatto una gran mangiata. E con le mogli che ci dicono: prendine ancora dai, finiamole (e intanto quatti quatti andiamo in B). A volte è anche una fortuna che sia così, intendiamoci. E’ anche il nostro modo di essere, più bello da esportare per la verità, che da vivere qui, in diretta. Perchè qui siamo intontiti. Intontiti da Khrin, da Morleo, da Pazienza (che sembra sotto tagliatella fisso), da gente che non da del tu al pallone, neanche, del lei, neanche del voi, ma gli scrive una lettera per cercare un dialogo. La tagliatella. La mortadella. E’ lì la chiave. Perfino nei tratti somatici. Guaraldi stesso ha l’aria della tagliatella vivente (non è un’offesa, è una constatazione, abbiamo risparmiato la mortadella, va notato). Gli facciano due urlacci ma poi in fondo ci fa simpatia, perchè siamo noi. Sappiamo solo scuotere la testa e ci ringalluzziamo solo quando siamo a tavola. In generale. Dicono che in questi casi ci vuole una scossa per la squadra. In realtà ci vorrebbe uno che arriva e dà la 380 a tutta la città. O noi che finalmente tiriamo fuori le gambe da quel benedetto tavolo e ci mettiamo a combinare o a inventarci qualcosa. Dai mo’, saltiamo un pasto una volta, basta penniche e biocche. Che se Bologna rotola poi, rotolando, fa anche quel tristissimo rumore di bussolotti.

2 Responses to Bologna, fra il dire e il fare comanda la tagliatella

  1. giorgio farini Rispondi

    8 gennaio 2014 at 17:07

    hai ragione da vendere purtroppo il bolognafc non rapresenta un businnes per nessuno la tagliatella per tutti

    • giorgio.comaschi Rispondi

      8 gennaio 2014 at 21:48

      E’ vero Giorgio

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