Chiamami che non so dove ho messo il cellulare

Il terrore scatta all’improvviso. E fa piombare le famiglie in un incubo. “Chiamami che non so più dove ho messo il telefono!”. Scatta la mobilitazione su un evento apocalittico che è la sensazione di aver perso il cellulare. Intanto la prima considerazione da fare è che lo si perde molto di più in casa che fuori, per il semplice motivo che in casa lo si appoggia distrattamente in luoghi impensati, infernali, introvabili, forse inesistenti. La ricerca è drammatica. Intanto il “chiamami che non so dove ho messo il telefono” investe la persona a cui si chiede il favore del problema di trovare lei stessa il suo telefono. “Non lo trovo, aspetta” e comincia a cercare. Allora questi lo chiede al figlio: “Chiamami che non so più dove ho messo il telefono”. E a sua volta il figlio non trova il telefono. La catena nelle famiglie numerose può diventare infinita. Di solito lo trova la nonna che ce l’ha a tracolla e che chiama lei e fa “pace per tutti”. Alla fine la nonna è contenta e di solito dice: “A vi vest? A si di gran mammaloc!”. Ci sono famiglie che sono rimaste in scacco ore per la scomparsa di un cellulare o di più cellulari. A parte che oggi nella case regna il silenzio. O meglio, va solo la televisione (che nessuno però guarda). Per il resto il babbo è sul divano fisso con Facebook per Iphone, la mamma in poltrona che gioca a Quiz Cross per ore, la figlia è online fissa su Whatsapp col fidanzato e il figlio sta cercando su youtube i “video stronzi” (si chiamano così i video con le scenette che finiscono con una boiata volgarissima o una battutina, vanno di gran moda). Nessuno parla. Parlano solo appunto quando uno perde il telefono e la vita va in tilt. “Chiamami va la che non lo trovo più”. Non si dice neanche più cosa, il soggetto è scontato, tale è la sua importanza. Ammettiamo che il primo soggetto investito della responsabilità di chiamare trovi il telefono. Fa il numero. E qui scatta una deambulazione di orecchie tese, di passi felpati perché sembra di sentire un suono, poi no, poi sì, ma da dove viene, forse dal ripostiglio delle scope, forse dalla camera dei bimbi, invece no è un altro suono, poi a volte si finisce davanti al televisore dove nel telefilm sta squillando un telefono e il rumore viene da lì. Costernazione e si riprende la ricerca. Le soluzioni? Eccone alcune.

1 – “Eeeeh, ecco, ce l’ho in borsa, che cretina!”, 2 – “E’ nel bidone dell’umido, vorrei sapere com’ è finito qui!”, 3 – “Suon suona ma a vuoto, allora l’ho lasciato in ufficio”. 4 – “Soccia è occupato, com’è possibile?”. 5 – “Caz, è inutile che mi chiami, ho il silenzioso!”

Gente che si aggira con le bacchette da rabdomante. Altri che tengono il telefono di casa, ormai reperto neozoico, solo per chiamarsi sul cellulare per vedere dov’è.

C’è poi il problema della vibrazione. Arrivano da angoli sperduti della casa dei lugubri e intermittenti lamenti, quasi impercettibili, frrr, frrr, dei flebili suoni sepolti da cappotti e da sciarpe. Si gira per la casa con la testa piegata in avanti per sentire meglio da dove viene quel rantolo di calabrone morente. Niente. Poi all’improvviso le facce tese si rilassano: “Ben, mo è qua!.Ce l’avevo in tasca!”. E la vita riprende serena.

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