“Ciao carissimo, tutto bene?” I dialoghi tra sconosciuti al bar

rsz_barC’è una tecnica. Che si affina con gli anni. Sei con un amico, al tavolino di un bar. Passa un uomo alto, distinto, con sciarpa e cappotto. L’uomo saluta calorosamente. L’amico fa tutte quelle cose che si fanno in quei casi, si alza lo abbraccia, con un sorriso di chi è contentissimo di vederlo. “Ciaaooo…ma come stai? Tutto bene?”. Il “tutto bene” è un classico, perchè è la cosa che si dice nel 100 per cento degli incontri. L’altro dice che va tutto bene (ma bisogna poi vedere, comunque andiamo avanti), si scambiano due frasi di circostanza sul freddo, sul tempo e sul Bologna, poi il signore saluta e va via. Allora chiedi all’amico: “Chi è?”. E lui sedendosi parte con un: “Eeeeeè…”. Partendo in alto con la “e” poi andando in basso poi tornando su col tono. Una curva sonora come per dire: sta mo a sentire chi è adesso te lo spiego. Poi: “…il cugino…della figlia di…”. Lunga pausa in sospensione. “…della figlia di…coso, dai…che poi è anche il fratello di…come si chiama…aiutami”. Lì hai un sospetto. Che l’amico non sappia assolutamente chi sia quello con cui ha parlato e rani nel vuoto. La seconda ipotesi è l’Alzheimer ma vuoi allontanare quel dubbio. Poi, dopo atre due o tre balbettate, vai al nocciolo: “Insomma, lo sai chi è o no?”. Il muro crolla, la recita si interrompe. Risposta con sorriso: “Non so assolutamente chi sia”. Lì si ride, ovviamente facendo finta sempre di dribblare l’ipotesi suonatura, e cioè che lui in realtà sappia chi è ma non gli viene. Esiste comunque una tecnica. Quando si incontra uno che hai presente chi è dalla faccia, ma non ti ricordi niente. La tecnica passa attraverso due o tre domande fondamentali: La prima è: “La prole tutto bene?”. La prole, perché hai un vago ricordo che ha dei figli ma non ti ricordi più se sono sono maschi o femmine e come si chiamano. Se lui dice: “Sì, Luca è già grande, va all’università”, sei già in salita. Ti era venuto il dubbio che fosse quel tuo amico che aveva due gemelli, pensa un po’, e allora sei già fuori strada. Lui ti fa: “E i tuoi?”. Tu pronto: “Ma io non ho figli”. E allora andiam bene. “Ah già scusa, ero sovrappensiero”. Uno a uno e palla al centro. Altra domanda tecnica è: “Senti ma…abiti ancora lì?”, senza ovviamente sapere dove abita, ma se viene fuori la via forse ti può dire qualcosa e instradarti. “Sì, sì, sto ancora lì”. Il dialogo prosegue su livelli altissimi quando l’altro fa: “La dolce metà come sta?”. E li capisci che non si ricorda più come si chiama tua moglie. A quel punto si fa come quando si passa, a poker: “Sta bene, sta bene…”. Così la palla passa all’altro. “Per il resto, il lavoro? Tutto a posto”. “Sì sì, tutto bene”. Poi se uno dei due dice: “Gli altri li vedi ancora?”, sei gelato. Vuol dire che lui si è ricordato chi sei e te no. Te la puoi cavare con un: “Macchè, non vedo quasi più nessuno…sai il lavoro…il tempo”. Sono dialoghi penosi, ai confini del nulla, come astronauti senza gravita, che galleggiano a cazzo nello spazio. Ma fin che va così va anche bene. Ci si saluta, ci si dice: becchiamoci eh prima o poi per un caffè”. “Va bene, ti chiamo”. Quello che è con te dopo che ti chiede: “Ma lo conosci” e te che rispondi: “Mocchè, non ho la più pallida idea di chi sia”. Si ride e va bene. Il problema grosso è quando in quei casi uno dei due dice: “Ciao, ti ricordi di me vero?”. Tu rispondi: “Beh, certo vuoi che non mi ricordi?”. E lui secco: “Chi sono, dai mo’?”. Ecco, al “chi sono” le porte dell’inferno sono spalancate e hai voglia di sparire dalla faccia della terra. Ho visto uno una volta che in quel caso ha finto un malore ed è caduto in terra. L’altro ha chiamato l’ambulanza. Otto ore al Pronto Soccorso, per quel “chi sono?”.

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