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Come lo chiamiamo?
Dai pensa a un nome strano

“Come lo chiamiamo? Fammi pensare…”. E da qui il dramma. I ristoranti nascono come funghi e allora ci si scervella per dargli un nome originale. Risultato? Nessuno si ricorda più il nome, tanto è originale e “simpatico”. Bei tempi quando ci si ricordava: “Trattoria dalla Gianna”, o “Ristorante Centrale”, o “Locanda della Stazione”. E allora succede che uno, una sera, dice agli amici: “Dai, andiamo da “Dai?”, o “Ci vediamo là da ‘Vieni qua?’. Uno poi non si ricorda e fa: “Come si chiama pure quel posto nuovo?” e può succedere che quel posto si chiami “Come si chiama pure?”. Non c’è limite alla fantasia. Ed ecco che nascono nomi tipo: “I parenti di mia nonna”, “Gli amici di mia cognata”, “Gli inquilini”, “Guarda che sfiga”, “Le caccole fritte”. Oppure si va pazzi per i nomi secchi tipo appunto: “Vieni qua”, “Vai di là”, “Vieni su”, “Vai giù”, Stai ben lì!”. E due che parlano possono dire: “Andiamo da “Vai di là?”, risposta: “No preferisco ‘Vieni ben qua’”. “Oh, ho mangiato da ‘Vieni ben qua’, carinissimo!”. Di solito il seguito del commento è: “Loro son così carini…”. Ma carini cosa? Perché? Si mangia bene o no? Ecco, da qui può venire l’idea: apro un posto e lo chiamo “Si mangia bene o no?”. Ma che nome carino! Ma come ha fatto a venirti in mente! Nel casino che ne consegue, nessuno si ricorda più il nome e si manda uno da “Vai di là”, invece volevi mandarlo da “Vieni qua!”. Da “Vai di là” si spende 25, da “Vieni qua” 90 euro e c’è la conseguente incazzatura e rottura dell’amicizia. C’è il sospetto che nella scelta di questi nuovi nomi per i ristoranti ci sia una gran voglia di strappare il sorrisone, ma si sa che il cabarettista, oggi, può annidarsi ovunque. “Mangio un boccone da ‘Suppergiù’ e arrivo suppergiù alle 10”. Poi ci sono anche quelli che osano sul dialetto: “A vag in uffèzzi”, “Al caftèin”, “Bona lè”, “Luquè”, “A fag da magnèr”, “As magna bàn”. “An se spand un càz”, “Xa magnagna?”, eccetera. Farebbe un successone per esempio “Sti dù” che quando il gestore lo spiega, dice che vuol dire “questi due” e se gli chiedono chi sarebbero quei due, glissa su una storia di due fratelli. Oppure bello sarebbe un “Bemmo bammo” che alla fine i clienti dicono “Bemmo bammo, ma cosa ho speso?”. Si attende con ansia l’apertura, ormai inesorabilmente prossima, del: “Va a fèr dal pugnàt!”. Si mangerà solo cibo tibetano e, alla fine, il commento dei tradizionalisti sarà…   uguale al nome del locale.

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