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Con le colleghe si va al “Zuzi”
ma poi chi sa ordinare?

“Io prendo il nigiri e poi i roll e voi?”. “Noi forse ci facciamo una barca, cosa c’è nella barca?”. Poi salta su una che fa: “Io prenderei yakisoba, mi ispira, secondo voi mi piace?”. Sono dialoghi captati ad una cena classica in un ristorante giapponese, quelli che i bolognesi chiamano “zuzi”. Un po’ come Motor zò, detto con la zeta al posto della esse. La cena è quella fra colleghe di ufficio. Come è noto le colleghe di ufficio ogni tanto organizzano delle cene “solo donne” (le chiamano così e non è sessista, nooooo!) e quasi sempre finiscono al “sushi”. Sì perchè c’è una che, quando si decide dove andare, salta su e fa: “E se ci facessimo un giappo?”. Urla di giubilo, sì, sì, sì e si decide. Di solito sono in quattro o cinque, a volte sei-sette. Fra di loro un paio ci sono già state, le altre hanno accettato con fragoroso entusiasmo l’idea esotica, ma hanno sempre avuto dei mariti che all’idea hanno sempre risposto: “Susci? Mo gnànch! Me a voi magnèer dal taiadèl, ètar che susci!”. E allora hanno atteso la cena dell’ufficio per lanciarsi finalmente nell’avventura. Le ordinazioni sono quasi sempre incasinatissime, una ordina duemila piatti, un’altra uno solo perché vuol capire se le piace il genere, una ride quando legge i nomi, un’altra guarda il menù come fosse un acquario. Insomma si arriva alla fine dell’ordinazione che la cameriera o il cameriere, cinesino dall’accento bolognese, ha gli occhi non più a mandorla ma verticali. A quel punto c’è l’avventura delle bacchette. Le due esperte le sanno già usare e fanno lezione, ma alla fine quelle che ci provano per la prima volta mangiano pochissimo perché cade tutto. Nessuna si azzarda a chiedere le posate perché il viaggio nel Sol levante dev’essere totale e ha paura di fare la “figurazza” di quella che si arrende. Le cene delle colleghe finisce in uno strafogamento sfrenato perché i piatti arrivano insieme e loro mangiano tutto, con l’avidità di un puma, in tre minuti e mezzo, intervallati dalle foto dei piatti (tutti rigorosamente, poi postati su Facebook) e da una serie di selfi coi dragoni orrendi sullo sfondo. Due sbisciatine sui colleghi dell’ufficio, la grappina di rose, il dolcino che appesantisce un po’, il bis della grappina, i volumi di voce che si alzano in lancinanti falsetti che si placano solo al conto. E il giorno dopo raccontano felici la cena in ufficio. Tranne una. Che è stata male la notte.

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