“Dai, adesso te lo giro”, ma siamo poi contenti?

Sempre più frequente. Gente che ride attorno a uno schermimo. E poi uno che dice: “Te lo giro”. E l’altro tutto contento: “Dai, sì giramelo”. E’ tutto un girarselo, ultimamente. Io giro una cosa a te e tu giri una cosa a me. Ci si girano barzellette, videini, boiate inventate da qualcuno su Feizbuk che vengono poi a loro volta girate a qualcun altro. E’ l’epoca del te lo giro. E quanto me l’hai poi girato? Allora tutti là a cancellare valanghe di roba che intasano cellulari e memorie. Una volta le barzellette si raccontavano, adesso si girano. Una volta le foto si facevano vedere, adesso si girano. Capannelli di gente attorno a uno schermino con facce beotissime, gente che brandisce il suddetto schermino come un radar, verso tutti i lati del tavolo, in modo che tutti possano vedere scene da Paperissima, che in televisione spesso venivano ignorate. Bimbi che cadono, nonne sche scivolano, gatti che si ribaltano, Renzi che dice una fregnaccia. Tutto. Te lo giro è lievemente diverso dal te lo inoltro. Il verbo inoltrare è un filino più nobile e riguarda già più le email dove è difficile che girino le cosidette “stronzatine”. Con un’email ci si inoltra di solito un documento, una foto importante, un testo. Con Uozap invece ci si gira la roba da ridere. Avete notato che adesso c’è gente seduta da sola a una tavolino di un bar che sta guardando dentro a un telefonino e scoppia a ridere? Anche nelle case, nei momenti di tranquillità, si sente all’improvviso lo scoppio di una risata fragorosa, nel silenzio, da parte di un coniuge spaparanzato sul divano con lo sguardo nel cellulare. Uno corre di là per vedere cosa è successo, spesso anche in apprensione. Poi la scena è tranquillizzante (nei limiti). Nelle sale d’aspetto succede più o meno la stessa cosa. C’è uno che dal dentista, per esempio, sta malissimo coi denti e di fianco uno dal cui telefonino esce una voce stridula che dice una boiata e lui scoppia a ridere in maniera irrefrenabile. Ci mancherebbe solo che guardasse quello che sta male e gli dicesse: “Glielo giro?”. L’altro potrebbe girargli anche un cazzotto. E sarebbe comunque tutto un girarsi qualcosa. Il guaio è che questi videini non sono indolori, anche dal punto di vista dell’audio, nel senso che sono rumorosissimi, e allora all’improvviso, in treno, autobus, da qualsiasi parte si sente uno starnazzare di qualcuno che urla, un vaffa, un grido lacerante, seguito poi dalla risata. Le cose che fanno più ridere di solito sono le cose con un pizzico di volgarità, ma più che un pizzico, sono pesissime, quasi al limite. Foto porno, osceni primi piani di organi non certo misteriosi o intuiti. Insomma, il fenomeno è antropologicamente interessantissimo. Molto diffusa la pratica di girarsi qualcosa negli uffici, fra colleghi. C’è il senso del gruppo, dell’unione e quindi ci si gira tutto che è un piacere. Lo stesso capo ufficio a volte viene a vedere nel capannello del videino nuovo e, invece di arrabbiarsi, torna nel suo ufficio dicendo: “Me lo girate?”. Ornai siano tutti sulla stessa barca. O sullo stesso giro. Succede che con tutta questa ansia di mandarsi le baggianate feizbukiane ti arrivi la stessa cosa girata da otto persone quindi la ricevi otto volte e per otto volte, per non essere scortese rispondi: “Bello!”. Anche perché il “Ce l‘avevo già”, un po’, sinceramente, delude, perché l’altro sperava di fare la sorpresona (o sorpresina, mai sorpresa normale, purtroppo). Troppo scontata la risposta del pensionato della piazza, al mattino all’ombra dello schermome del cinema, che quando l’amico, dopo aver guardato un vedeino, gli dice: “Te lo giro?”, lui fa: “Girami ban luquè. Sta bon, cl’è chèld!”. Sventolandosi col giornale.

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