Dai facciamo una cena di Natale, una cosina in piedi

cena buffetLo sport numero uno delle feste è organizzare delle cene. Quella dell’ufficio, quella delle amiche, quella degli amici, quella dei vecchi compagni, quella dei genitori della palestra, quella delle mamme, quella dei babbi, eccetera. “Così ci salutiamo”, dicono, quasi stesse per sopraggiungere una catastrofe nucleare ed è l’ultima volta che si può stare insieme. L’organizzazione delle suddette cene è spasmodica. C’è gente che dal 10 dicembre in poi ha tutte le sere occupate. Ci si affanna a trovare il giorno e il luogo giusto poi c’è sempre uno che dice: “Ma tanto poi io sono qua. Non vado via”. E l’altro: “Anch’io guarda, vado via due o tre giorni dopo l’uno, in montagna a trovare i miei, niente di che”. Bè allora? Se non vai via c’è proprio bisogno che tu incastri la cena (e la gente) nella settimana del “delirio” e cioè quella prima di Natale?

Si cerca spesso di dare poco importanza a queste cene, facendo finta siano robine così, organizzate per caso. In realtà hanno un’importanza epocale nella vita soprattutto delle padrone di casa. La camuffa della disinvoltura a volte è strabiliante. Tipo: “Ma sì, faccio una cena il 23, ma una cosa in piedi, senza impegno”. In piedi? Ma cosa vuol dire in piedi? Io quando vado a cena vorrei stare seduto. Perché devo stare per forza in piedi? Le cene in piedi, quelle mascherate da cosine così, leggere, tanto per fare, sono delle gabbie micidiali. “Venite pure così, sportivi”. E poi ti presenti (una volta col Pinot Grigio adesso va la Falanghina) e ci sono i camerieri in livrea, l’orchestra dal vivo e un catering fatto venire da Milano o da Honolulu. E te coi jeans ti senti un pezzente perché intanto gli altri, più furbi, hanno “nasato” e sono in smoking. In piedi poi vuol dire essere come in un villaggio Valtur ma in una stanza cinque metri per cinque (in più non alle Bahamas ma alla Ponticella), con un tavolo da buffet due metri per due, ricolmo di qualsiasi cosa e cento persone accalcate lì con la bava alla bocca sgomitanti e scalcianti come cavalli al Palio di Siena.

In mano il piattino, spesso di plastica, che se lo tocchi fa quel suono di tamburello stonato con relativa forchettina di plastica e il coltellino, sempre di plastica, non riesci a tenerlo, ti cade e viene immediatamente pestato. Nei piattini la gente mette antipasto, primo, secondo e dolce e diventa un piatto unico orrendo che la gente va a mangiare in punti impensati, perché essendo “una cosina in piedi” non c’è da sedere e trovi gente bivaccata sui braccioli dei divani, seduta in terra contro i battiscopa o sopra un bongo appoggiato in un angolo, o ancora pericolosamente sull’orlo di un tavolino basso in cristallo che si crepa quasi sempre, oh scusa non ho fatto apposta te lo compro nuovo ma va la lascia stare. Ci si aggira invece chiacchierando, sputacchiando nei piattini e  guardando sempre nel piattino dell’altro dove c’è una montagna di roba e commentando poi: “Mo soccia, c’hai dato eh?”. Mentre l’altro segnala subito: “Son buonissimi questi”, indicando degli incomprensibili saccottini ripieni di qualcosa. Senza togliere un altro classico delle cene in piedi: il bicchierino flut a cono, orrendamente di plastica, smontabile, dall’orlo affilatissimo che è un attentato alle labbra. Buon Natale. Tanto io sto qui, ci vediamo…

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