“Dai facciamoci una fotina!”. Cheeeese!

E’ fatta. Ormai non c’è riunione, incontro, cena, aperitivo, chiacchiera, in cui sono coinvolte più di tre persone, che non finisca con una foto. Impossibile il contrario. E’ diventato un fatto fisiologico. Basta solo aspettare, è questione di attimi, se hai pazienza, prima poi uno, (più una per la verità perché le donne sono pazze delle fotine) che non dica: “Dai, facciamoci una foto!”. E lì comincia tutto il complicatissimo posizionamento che è poi un cammellamento attorno a un tavolo dove si cerca di far gruppo per venire tutti nella foto. Bisogna decidere anche chi scatta e la scelta è sempre complicata. La persona prescelta poi dirà, come da copione: “Oh io non sono mica buono a fare le foto eh…”. E succede quasi sempre che i soggetti in procinto di essere immortalati nello storico momento, con già le faccione beote in espressione fissa, restano lì cinque minuti perché il (o la) fotografo non scatta. Segue uno studio del telefonino, col proprietario che riprepara la funzione foto e si perdono delle ore. Spesso si vanno a chiamare i camerieri del bar o del ristorante. Oppure si chiede a un passante. “Scusi ci può fare una foto?”, perché il problema è che quello, o quella, che scatta la foto poi nella foto non c’è e allora è brutto (“Oh me la passi eh? Me la passi su whattssapp, Giramela eh? Me la la giri?”).

Oppure scatta il grido di “Selfi, selfi!”. E tutti ansimando come cagnolini si mettono in posa con uno che allunga il braccio, lo inclina, fa un trapezio da circo per arrivare a scattare, il telefono gli cade, si smussa un angolo della cover, azzz, poi ci riprova, tutte le faccine si stringono e qui scatta il famoso “Ciiiiis”. Il “ciiiiiis” è una roba americana che vuol dire formaggio e che si scrive cheese”. Pronunciando questa parola le bocche si tirano in un sorriso. Sarebbe come se noi, per usare una parola nostra, dicessimo invece: “Briiiiiisa”, ed è assolutamente necessario scattare mentre fanno le bocche fanno le i. Non la b o la s. . Ovviamente non diciamo, traducendo, “formagggioooo” perché farebbe schifo e le bocche sarebbero sorprese orrendamente a culo di gallina. Nelle foto di gruppo coi nonni quando i nipoti dicono “cheese”, il nonno di solito chiede: “Cus’el cal lavurìr? Avì mel ai maròn?”. Ma viene ignorato. Per le strade, fra i tavolini dei bar, nei ristoranti, nelle trattorie, oggi è tutto un “ciiiiis”. “Perchécosìdopopoilemettiamosufeisbuk”, prouniciato così, tutto attaccato. La foto quando va a finire su feisbuk ottiene la sua sublimazione, la sua catarsi naturale. La cosa dà una sorta di piacere, di gioia, di felicità allo stato puro per avvenuta pubblicazione. Come sono lontani i tempi quando il fotografo diceva ai bambini prima di scattare (ma spesso anche ai grandi): “Guarda l’uccellino”, alzando la mano per farli guardare chissà dove. E infatti quelle foto ritraggono gente che guarda in alto, come se avesse avuto una visione celestiale. Poi chissà perché lo facevano volare così alto l’uccellino? Non potevano farlo volare all’altezza della macchina, così la gente guardava lì? Boh. Comunque si appura che noi diciamo “ciiiis”, mentre in Spagna dicono “patata” che si rimane con la bocca aperta, non precisamente sorridente, ma con espressione da paresi o da ictus. In Svezia dicono “omelette” e qui già ci siamo di più, perché la facciotta ebete viene meglio. Nessuno da noi dice più: “Un sorriso”, o “Sorridete”. Il bisogno fisico è quello di dire “ciiiiiis”, con squittii conseguenti, perché, in realtà, si fa fatica a ridere naturali nelle foto, di solito si ride sgangheratamente subito dopo lo scatto, chissà perchè. Resta un mistero. Oh, fammi vedere come è venuta dai!

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