Dai mo, dì qualcosa anche tu!

Una famiglia classica bolognese. Madre, padre, figlio (o figli). La mamma è in ansia, il figlio è muto, il babbo è a rimorchio. A rimorchio sempre, nella vita famigliare. Viene portato dietro, o manovrato. La motrice è un’altra.

Alla sera nelle case bolognesi con figli, infuria la battaglia. Il rimorchio torna a casa dal lavoro, si infila l’elmetto, la tuta mimetica e va a tavola. La mamma è già in trincea da tempo, artiglieria leggera, mitragliatrice spianata. C’è la discussione. Figli mogi e a testa bassa, mugugnanti frasi incomprensibili, giustificazioni demenziali, scuse arrampicate sui muri come gechi disperati. La mamma ha già iniziato a bombardare dalle sei con la sua trivella, ma in quel momento lì alza i volumi e straccia una paternale che invece è una maternale e le maternali sono diverse, più aspre, più pesanti, più squillanti, più nevropatiche. Il babbo-rimorchio osserva, ha l’occhio a mezz’asta che si muove qua e là sul tavolo, ascolta e non ascolta, afferra un pezzetto di pane, o una scheggia di grana. Sembra solidale nel subire la maternale, quasi fosse diretta anche a lui. O forse non gliene frega tantissimo, ma questo sarebbe verificabile solo con un siero della verità e bisognerebbe prima tramortirlo il che è sinceramente un po’ macchinoso.

E’ qui, in questa zona di mezzo fra la blaterante madre e il compassato padre che si inserisce una frase che è il succo delle nostre discussioni, una frase su cui basa e si sgretolano matrimoni di anni, la prima crepa che mina le fondamenta del palazzo. E’una frase pronunciata dalla mamma, a un certo punto a chiusura di una tirata. Una frase rivolta al marito. In tono anche piuttosto secco. “Dai…dì qualcosa anche tu però!”. A quel punto gli occhi del babbone si sbarrano con leggero movimento in avanti della testa. Di stupore, forse quasi di terrore. Un po’ come quando in classe la professoressa, dopo aver scorso il registro col dito, pronunciava secco il tuo cognome.  Si viene interrogati, ebbene sì, stessa sensazione. E lì quasi sempre c’è un vuoto. Forse non si è studiato abbastanza, non so. “Cosa vuoi che dica…ha ragione la mamma…”. L’occhio della mamma a questo punto è da: “Lei non è preparato signor babbo. Non ha studiato. Quattro! Il voto è quattro! E al posto”. Alla domanda “dì qualcosa anche tu” si crolla. Anche perché se il babbo rispondesse alla moglie: “Sì, stai dicendo minchiate inenarrabili, hanno ragione loro” saremmo già dall’avvocato. E se dici che la mamma ha ragione…uguale, stessa sorte, perché l’hai detto male.

Il fallimento del tentativo di complicità in quelle discussioni lo si registra il giorno dopo all’uscita delle scuole, dove le mamme, nel loro quartier generale militare, commentano e, passando, si sente la frase: “E lui, lui, lui…ah lui non dice niente, sta lì come un cretino…”.

Da quel punto in avanti si aprirà un solco nella coppia. Nelle discussioni successive la mamma dirà ai figli: “Chiedilo a tuo padre” e viceversa il babbo dirà per esempio: “Cinque euro? Fateli mo dare da tua madre”. Si parla già di un ectoplasma esterno, non di un coniuge, di una terza persona. Sono segnali inequivocabili riguardo ai quali tutti gli avvocati del mondo possono prevedere, carte alle mano, come andrà a finire, con una percentuale di errore dello 0,01 per cento. La scena successiva ancora, quella finale (ma forse anche iniziale, dipende da che punto di vista la guardi) è quella con  un uomo e una donna ad attendere i rispettivi due figli all’uscita di una discoteca alle 2 di notte. Domanda che è come un codice: “Lei è al secondo giro?”. “Sì e lei?”. “Anch’io”. Di qui la corsa (come negli autoscontri) può ricominciare. Dentro il gettone e via. Buona fortuna, vecchi ragazzi.

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