Dal medico è sempre così: o si aspetta o ci si lamenta

rsz_sala-attesa-medicoNelle sale d’aspetto, specialmente quelle del medico, o su quelle sedie in fila nei corridoi degli ospedali, sedie per lo più brutte e scomode, dove si cerca sempre di sedersi uno sì e uno no per non beccare qualche misteriosa malattia infettiva che potrebbe avere il vicino, la gente fa fondamentalmente due cose: o aspetta o si lamenta. Andiamo con ordine.
L’attesa. L’attesa è sempre dettata da un nervosismo latente. La gente prima cerca il posto, va per sentito dire o per qualche indicazione di infermieri in transito in rigorosi zoccoli che hanno loro o i cuochi (di solito il dottor Tabarroni non l’hanno mai sentito, Tarasconi sì, ma Tabarroni no). Una volta trovato il posto ci sono delle porte. A volte c’è scritto qualcosa, a volte no. E quindi c’è il mistero delle 12 porte. Che sarebbero poi le 12 sedie ma qua va bene così. Qual è quella buona? “E’ lì?”, chiede qualcuno. E l’altro già seduto in attesa ma senza sapere qual è la porta che si aprirà: “Lei cosa deve fare?”. “L’esame del sangue”. “Ah, non lo so, dev’essere quella porta là…”. Frasi vaghe, avvolte dal mistero. Il mistero della porta accanto appunto. C’è qualcuno là dietro? C’è un medico o qualcuno che fa i prelievi? O è un antro nero, spento, dove non c’è nessuno? Quale si aprirà? E, soprattutto, il dottore è già arrivato? Ma arriva? Lo sanno che tocca a me? L’avranno scritto? O è tutto a cdc (cioè a cazzo di cane)? C’è una lista? Han detto alle 8 e mezza. Ma siamo sicuri? I grandi dubbi, le grandi domande dell’ospedale, al mattino presto. “Per me c’è, si sentono delle voci”. Le orecchie si tendono: “Io non sento una mazza”. Impressioni, suggestioni, illusioni. Per lo più a digiuno. Con aliti che sibilano a un metro e mezzo da terra sfiorando uomini e cose e infrangendosi sulle narici più esposte. L’attesa. Ecco, esce un’infermiera, è il momento, lo dicevo che la porta era quella. Niente, ha dei fogli in mano, non caga nessuno e va via a testa bassa. Torna il silenzio. E il nulla. Finchè poi si apre una porta, non si sa quale, questo lo decide un misterioso crupier dell’ospedale (perché è una roulette), e una voce chiama forte: “Zanotti!”. Una ragazza tocca il signore anziano che sta dormendo col mento sul petto: “Ou! Tocca a te, nonno!”. E i due vengono inghiottiti da quella porta per farne ritorno forse ma, o forse fra otto minuti.
Il lamento. La gente seduta sulle sedie si lamenta. Guarda nel vuoto o si lamenta. Nessuno che serenamente racconti una gita domenicale, o una vacanza o un aneddoto divertente. No. Solo facce contrite, aggrottate. E teste che scuotono a destra e a sinistra. Sempre. Si possono captare mozziconi di frasi (anche perché mettersi proprio ad ascoltare sembra brutto). “…ah niente, guarda, è andata così, per me fanno apposta, guarda, non si capisce perché, io non lo so…”. La gente di solito non lo sa. Gli è successa una cosa negativa e non lo sa. E poi fanno apposta chi? “Io non lo so, non lo so, non lo so”. Il concetto nelle sale d’aspetto è quasi sempre reiterato tre volte. Come certe conclusioni fatali: “E’ uno schifo, uno schifo, uno schifo”. E il concetto, ripetuto tre volte, trionfa. Comunque il fenomeno è che quelle sedie, quel tipo di situazione non fa scaturire chiacchiere normali, o racconti normali. Solo lamenti, cose storte, cose andate male, negative, soldi persi, malanni che non passano. Guardando da lievemente lontano, un po’ in diagonale, si può notare il movimento sincrono delle teste che scuotono. Con sibili d’aria, ogni tanto, buttati fuori fra le labbra strette (ecco il perché degli aliti che tagliano a metà uomini e cose). Il curioso movimento sincrono delle teste, lo scuotere meccanico destra-sinistra-sinistra destra, fa sì che quel tipo di coda venga poi ribattezzata: “La coda Parkinson”. Mentre la fase precedente, quella dell’attesa, diventerà, per definizione: “La coda dumaròn”.

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