Dal “parru” per scendere sul sentiero di guerra

La signora irrompe dal parrucchiere. Saluta. Il parrucchiere ricambia il saluto: “Buongiorno signora!”. Poi si viene subito al sodo e scatta la frase topica: “Rolando (o Gino, o Arturo, o Jerry o qualunque sia il nome del parru), qui bisogna prendere delle decisioni importanti!”. Sembra una svolta biblica, da dichiarazione di guerra alla Cina, o da invasione di un altro pianeta, tanta è la gravità con cui viene pronunciata quella frase. Il parrucchiere invece non fa una piega (si perdoni la battuta a doppio senso) perché quello è un momento che conosce come le sue tasche. L’ora delle decisioni irrevocabili. Quando una donna “decide” dal parrucchiere sono dolori. O tinte, o meches, o shatush, o degradè, o ruffie, o intrugli vari da cui uscirà completamente rinnovata. I nomi dei trattamenti poi sono terrorizzanti. Shatush sembra un arte marziale tibetana o un passo di danza araba, degradè sembra il termine che indica uno che pian piano è andato in bolletta, e meches ricorda un centrale del Milan. La nuova tecnica di colore “ruffie” poi sembra ispirata a una tenutaria di una casa di appuntamenti (“ho chiesto alla ruffie se ha ragazze brasiliane”). La donna che entra dal parrucchiere e parla di decisioni da prendere è sul sentiero di guerra. Osservavo l’altro giorno mentre mi tagliavano i capelli (era un salone donna-uomo) i movimenti bellici di una signora. Consulto fitto col titolare e alla fine la decisione. Taglio. Colore. E cambio di pettinatura. “Una donna quando fa il colore vuol dire che in casa c’è maretta”, mi sussurrava il mio amico parrucchiere col sorriso sotto i baffi. E sulla scelta del colore ci sono riunioni che possono durare ore. Spesso la donna porta una foto di Angelina Jolie e dice: “Ecco, vorrei diventare così”. Dove il parrucchiere vorrebbe dire: “Impusèbil”, ma non può. Oppure alcune arrivano con foto di quando avevano ventanni, sulla spiaggia di Riccione, con quei colori “mesciati” creati dal colore, dal sole, dall’acqua salata, insomma un mix irripetibile da qualunque esperto mondiale. Il parrucchiere ci proverebbe anche a fare il tentativo, ma prima di infilarsi in un tunnel senza fine di impasti, pasticci e impiastricci da correggere all’infinito, dovrebbe (ma non può) dire che: “il problema lì non è micca il colore sa?”.

Ma il parru deve essere anche un buon psicologo. Perché da lui si va anche per quello. Come dal barbiere gli uomini a raccontare prodezze erotiche o problemucci in azienda. Il parru ascolta e procede. Ma soprattutto non deve avere nessuna espressione del volto quando la donna gli confessa che ha saputo che il marito ha una storia con una “rossa” e gli dice: “Fammi rossa, voglio farmi rossa, subito!”. Quello è il sentiero di guerra dei Sioux o degli Apache, quindi lui deve stare in terreno neutro. Procurare le penne e farsi da parte. La tensione che si respira al pomeriggio in un salone di parrucchiere la si taglia col coltello. Si vedono erinni aggirarsi in camice bianco, con copricapi di stagnola a punte, tipici dei film di fantascienza, con facce ingrugnite e incazzate, brandendo settimanali scandalistici che registrano l’ennesima fuga con la ventenne di un qualsivoglia signore brizzolato, trattasi di attore o industriale che dir si voglia. E i fumi che salgono al cielo da quelle teste sono visibili dai lontani monti Appalachi, laggiù, oltre la sconfinata pianura. Da dove i saggi indiani, interpretando quei segnali, possono prevedere i divorzi.

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