Dal semplice aperitivo…all’aperi-tutto e di più!

rsz_apericenaHanno cominciato tanti anni fa, nell’antica Roma con il mulsum, una bevanda a base di vino e di miele. Lo chiamavano aperitivus, che in latino vuol dire qualcosa che apre, intendendo quindi una bevanda in grado di stimolare e “aprire” la sensazione di fame. Poi un certo Carpano, a Torino, mise in giro il suo vermuth e fu aperitivo per tutti. Fin lì niente di male. Oggi siamo piombati trionfalmente (ma anche tragicamente) nell’era dell’aperi…qualsiasi cosa. E’ tutto “aperi”. La nuova moda del millennio. Hanno cominciato con l’apericena, tanto per dare la possibilità alla gente di abbuffarsi, attorno a un bancone grondante di cardi, sedani, tocci, friggioni, polli morti e qualsiasi cosa, e dire: “Ou! Lì mangi un casino e spendi 8 euro!”. Col fegato che nel frattempo urla pietà dopo l’assalto di patatine fritte, tacos, agli, sedani, diabolici crostini, patè di una pesantezza peggio di Ballando sotto le Stelle. L’apericena non “apre” un bel niente. Apre e chiude. Nel senso che dopo un’apericena si è stremati, gonfi come delle mongolfiere, mezzi in cassa, pieni insomma all’inverosimile, perché con la scusa degli stuzzichini, gli stuzzichini che uno ingurgita sono decine e alla fine equivale a quattro o cinque cene a base di cotechini. “Sto leggero, stasera non mangio, faccio solo una piccola apericena, pizzico qualcosa…”. Pizzico qualcosa luquè! La gente si strafoga e basta, senza remissione e senza pietà. Dicono che, invece di un pranzo o di una cena, un buon aperitivo è salutare. Certo, salutare…con la manina quelli che stanno bene ed entrare nella categoria dei fegati sfatti. Salutare in quel senso.
Ma occhio all’aperitutto. Spuntano come funghi (occhio a dire funghi perché ce li mettono subito) variazioni infinite e fantascientifiche degli aperitivi e delle apericene. C’è l’Aperijazz, dove mentre ti ingozzi di tacos, alcuni tipi suonano, senza peraltro venire minimamente ascoltati. C’è l’Aperimostra, dove, prima di una mostra, c’è l’aperitivo così le persone possono buttarsi come cavallette sul cibo e della mostra, di conseguenza, fregacazzi. C’è l’Aperilaurea, dove uno si laurea e gli altri mangiano fino alla morte urlando, fino a poco prima di morire, “dottore dottore”. C’è l’Aperisfilata, dove c’è gente che sputacchia nei piattini di carta mentre delle modelle sfilano in un’atmosfera molto unta. C’è l’Apericalcetto, dove un gruppo di disperati del calcetto, prima di andare a giocare, mangiano e bevono per poi vivere la partita molto intensamente, ma sul filo dell’ictus. C’è l’Aperivegan, dove gruppi di vegani chiacchierano e mangiano dicendosi quanto stanno bene e quanto si sentono più in forma. C’è l’Aperiyoga, dove si fa l’aperitivo stando su una gamba sola, ad occhi chiusi, pensando a niente, con una musica sotto talmente rarefatta e sospesa che i marroni si riuniscono insieme e vanno via in punta di piedi, per non farsi sentire (quando i relativi proprietari riaprono gli occhi non si capacitano). C’è l’Apericiao, dove tutti si salutano entusiasti continuamente anche se si sono visti due minuti prima (ha molto successo fra quelli che non sanno molto cosa dire). C’è l’Aperisoccmel, dove c’è gente che fa l’aperitivo rompendosi le palle e sbuffando tutto il tempo. C’è l’Apericazmel, che non esiste e me lo sono inventato io in questo momento. Insomma ci si può sbizzarrire, Apericarrozzaio, Aperifruttivendolo, Aperifarmacia, Aperigita, Aperipasseggiata, Aperistronzo, Apericulo, Aperiniente. Per qualsiasi cosa si fa un aperitivo. Naturalmente tutto sempre all’insegna della sicurezza e dell’igiene, sditazzando patatine e sputacchiando saluti a dieci centimetri dai piattini che grondano da banconi, esausti e nostalgici del vecchio ciotolino con dentro due o tre olive e una patatina Pai.

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