“Dì che ti manda Lolli…”
Sì ma scusi, chi è Lolli?

pic-nic-pasquettaScatta la ricerca del posticino. La gita fuori porta e allora via. Tutti a consultare Trip Advisor, le guide e poi a prenotare. E qui entra in scena il consiglio dell’amico. La famosa “dritta”. Il consiglio dell’amico, quasi sempre, parte dal fatto che l’amico (il più delle volte trattasi di un collega o una collega di ufficio), dopo averti chiesto se sei mai stato nel tal posto, si strabilia del fatto che tu non ci sia mai stato: “Ma come? Non dirmi che non sei stato all’Antico Casolare Fantuzzi? Nooo, non è possibile”. Invece tu, mestamente, lo devi dire. E lì ti senti una cacchina e quasi ti scusi (qualcuno pensando di alleggerire il colpo dice che aveva prenotato ma poi gli è venuto 40 di febbre e ha dovuto disdire). Subito dopo il portatore di dritta ti dà un ordine: “No, ci devi andare assolutamente!”. L’imperativo è categorico. Ha deciso lui. Poi snocciola tre o quattro piatti che secondo il suo parere sono sublimi. “Devi assolutamente prendere le quaglie in guazzetto di ciccioli”. Che a te non piacciono le quaglie e neanche i ciccioli ma non puoi dire niente perchè lui ha appena aggiunto: “Se non prendi quel piatto lì è inutile andarci, puoi stare a casa”. Alla fine del menù “obbligato”, quando chiedi quanto si spende, visto che la gitarella comprende anche la nonna, il nonno e i bambini, più la zia ( rimasta vedova da poco e quindi facciamola stare in compagnia), l’amico, o l’amica che consigliano, ti diranno novanta volte su cento che sì, si spende un po’ perchè la cucina è “alta”, ma che se vai a suo nome ti faranno benissimo. “Dì, che ti mando io”. “Vai a mio nome e vedrai che vai liscio”. “Vai dal proprietario, uno alto coi baffi, e gli dici mi manda Lolli. E digli che lo saluto. Vedrai come ti tratta”.

Alè, la comitiva parte. “Andiamo in un posto favoloso che mi ha detto Lolli. Lolli, quello dei carburatori, avete presente? Lolli Carburatori?”. Nessuno della famiglia o del gruppo ha mai sentito parlare di Lolli. Fa niente. Quando si arriva nel posto, cioè all’Antico Agriturismo Fantuzzi, gli altri si mettono subito a un tavolo e il capo-gita va a cercare il tipo alto coi baffi. Non c’è. Poi lo trova perchè sta rientrando da fuori con una cassa di vino. “Buongiorno, mi manda Lolli. Che la saluta”. Il tipo sorride. “Ah, bene…Lolli, Lolli, Lolli…?”, fa stringendo gli occhi. Di nuovo: “Lolli…quello dei carburatori”. Silenzio. Poi la confessione amara: “Non lo conosco. O meglio, sul momento non mi dice niente…”. Poi il guizzo. “Ah ma forse è mio fratello…aspetti”. Va in cucina e viene fuori un altro soggetto alto coi baffi, col grembiulone da oste. “Mi chiamo Tarozzi, mi manda Lolli…”. Il secondo tipo coi baffi a questo punto annuisce: “Ah, bene…”. Ma senza entusiasmo. Poi taglia corto e ti fa accomodare. E allora, vista la reazione, pensi che Lolli abbia fatto qualche malefatta o che ci sia qualcosa che non va nel loro rapporto. A volte succede che il ristoratore fa finta: “Ah, certo Lolli, beeene. Me lo saluti anche lei!”, ma non sa chi è Lolli. Oppure a volte succede anche che reagisca così: “Lolli? Cal cretèn? Dica ben che deve ancora saldare la cresima della figlia dell’anno scorso valà…comunque bene, si accomodi”. E lì, il capofamiglia sprofonda nella costernazione, realizzando di colpo il concetto che probabilmente la cresima della figlia di Lolli in un certo senso la pagherà lui. In pratica quella del “dì che ti mando io”, si rivela spesso un’arma a doppio taglio, una specie di katana giapponese. Perchè al momento del conto, quando il foglietto arriva a tavola, il grande dubbio che assale è: “Ma si paga così, o ci ha fatto bene perchè ci ha mandato Lolli?”. Oppure: “Ma si paga così perchè forse Lolli gli sta sull’anima? “. Si torna casa e in macchina, nel silenzio dell’abbiocco post pranzo, qualcuno, forse il nonno, buttà là così nel vuoto un: “Mo soccia Lolli…”. E nessuno commenta.

 

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