“Dove metto la macchina?”…e così lo straniero parcheggiò a Funo

DCF 1.0

“E dove la metto la macchina?”. E’ una domanda che viene rivolta sempre con una buona dose di angoscia. Chi deve parcheggiare una macchina e fa quella domanda, è agitato, è in ansia, è incerto sul domani. Chi la parcheggia senza fare quella domanda invece è uno abituato a parcheggiare, uno che lo fa quasi tutti i giorni, uno che conosce i rischi e le furbizie del caso. E qui bisogna dividere: quelli che abitano in centro e quelli che vengono da fuori. Dove fuori può essere anche l’immediata periferia. E’ tale il terrore di sbagliare il parcheggio e di prendere una multa, o, peggio ancora, di scoprire che la macchina è stata rimossa, che si fanno cose stranissime, gesti inconsulti. “Dai, ci vediamo a Porta Saffi?, dici all’amico. “E dove la metto la macchina?”, ecco la domanda. Lui abita a San Ruffillo e quindi è già caduto nello sprofondo del dubbio. Tu rispondi: “Ma lì attorno…se cerchi un po’ e metti le monetine sei tranquillo…”. Non basta a tranquillizzarlo. Il vostro amico arriverà puntuale e tu gli chiederai, ma così senza dargli importanza: “Allora dove l’hai poi messa?”. Risposta: “A Funo”. O “Al Pilastro”. Posti incredibili, insensati. Quindi si è alzato tre ore prima, se l’appuntamento era al mattino, e per evitare i rischi del centro, delle telecamere e dei vigili, ha messo la macchina in un posto che è più lontano di dove sta lui. Ed è sicuro che quando l’ha parcheggiata, in aperta campagna, o in uno sterminato piazzale di una fabbrica dismessa, quando è sceso dalla macchina, si è girato sei volte a vedere com’era messa. Anche dopo cento metri. Un’ultima guardatina, per essere sicuri. Quelli che vengono da fuori, non abituati fanno così. Intanto, prima di tutto, non hanno ancora capito cos’è Sirio o cos’è Rita. Basterebbe informarsi ed è abbastanza semplice. Niente. E’ un argomento troppo complesso. Se gli dici: “Guarda dopo le 8 puoi entrare”, che ne so, da via Dante verso il centro su via Santo Stefano, loro non ci crederanno mai. Neanche se lo dice un vigile. Pensano a un complotto. E la metteranno al Trebbo. “Poi dai, ho fatto due passi, ne avevo voglia…”. Dicono così, disinvolti e beati, ma intanto con le gambe segate a metà. L’automobilista del centro è diverso. Più scafato. Sa dove la macchina è tollerata, dove ha margine, anche in un divieto di sosta, anche in certe preferenziali. Conosce. Chi sta fuori no. Vive nel terrore. Come per i due rilevatori di velocità che stanno massacrando i portafogli dei distratti, in Stalingrado e su viale Panzacchi. Si vedono le macchine che vanno felici per tutti i viali, scivolano garrule a velocità logiche, poi, quando arrivano in viale Panzacchi, subiscono una metamorfosi. Tutti che frenano, che guardano il contachilometri, che inchiodano e procedono come in una devota processione, facendo i bravi anche con la faccia, fino a dopo il casottino del rilevatore. Sembra gente mogia. Piena di cordoglio. Qualcuno per sicurezza, sai mai che il contachilometri sia un po’ sfalsato, transitano ai 10 all’ora. Poi via. Di nuovo, col sorriso, a velocità normale. Passando sui 70 all’ora il semaforo di Porta d’Azeglio, liberi come il vento, verso porta Saragozza. Esistono poi i dribblatori funambolici di telecamere, gente che passa col motorino a mano sotto i portici fischiettando, o facendo finta di essere rimasti a piedi, quindi simulando fatica e passo pesante. Dopo il pezzetto sotto telecamera, alè, resurrezione, in sella e via. Comunque la cosa più bella è il caso di un parcheggio nel piazzale di un centro commerciale a Borgo Panigale per un appuntamento in Piazza Malpighi. Dove abitava il tizio? All’inizio di via Murri. “Ma ou…così son sicuro…Io la lascio lì”. Per la cronaca la sua auto è stata rimossa: l’hanno scambiata per un auto rubata.

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