E alla Coop c’è gente che “suona” meloni e cocomeri

“Senta, secondo lei? Com’è?”. Il signore sulla settantina fa un’espressione concentrata e con le nocche batte due o tre volte sulla superficie. Poi fa una pausa. Batte altre due o tre volte e alla fine emette la sentenza: “Par mè l’è trèst”. La scena è da Coop, banco frutta. Quello che veniva toccato con le nocche sulla superficie e annusato nelle parti intime, era un melone. Si interrogano le persone anziane per capire se un melone o un cocomero sono buoni. Una specie di consulto dallo stregone capovillaggio che interpreta il corso del destino, del tempo e delle piogge da alcuni auspici che coglie, dall’alto della sua esperienza, a contatto con la superficie apparentemente uguale dei cocomeri e meloni. Al banco frutta della Coop così va in scena ogni giorno un concerto di bonghi. Gli anziani che tamburellano con le dita sulle superfici in questione, avvicinando l’orecchio. E intanto intorno volendo, si può ballare a quel ritmo. I percussionisti della frutta avranno sempre un’espressione estasiata, in trance, rapita dagli auspici che devono essere colti. Alcuni anziani, da quanto sono rapiti, sembra che siano appena reduce da un “cannone”, e questa cosa fa sorridere i giovani mentre gli altri anziani lì attorno no, perché non sanno nemmeno cos’è. I professionisti del meloni e cocomeri hanno esperienza cinquantennale. Alcuni appena prendono fra le mani un melone, se lo rigirano e già al primo tatto sono in grado capire tutto, anche se a Loiano sta nevicano o se a Tokyo è nuvolo. Prendono in braccio il suddetto melone come fosse un bambino. Poi bussano. Toc toc. Qualcuno sostiene di aver sentito qualche volta anche “Avanti!”, provenire da dentro il melone. Oppure: “Sono in pigiama non posso aprire”. Se il suono che proviene è nitido allora vuol dire che è buono. Se viene un tonfo sordo allora fa vomitare gli struzzi. I meloni si sdidazzano, si accarezzano, si percuotono, si interrogano come sfere di vetro. Ci sono degli anziani che riconoscono se una cocomera (al femminile rigorosamente a Bologna) è buona dalla larghezza delle striature. Poi si spargono le voci fra gli “stregoni” della Coop. “Ou, han detto che per sentire se un melone è buono, bisogna tastare il cerchietto beige che sta all’attaccatura, se è tosto vuol dire che è ancora poco maturo, mentre se è morbido l’è sfaaat”. Ci sono esperti che riconoscono la  validità di un melone anche da una distanza di venti metri. A occhio. E chi addirittura sostiene di capirlo anche dal parcheggio della Coop, ma questo è leggermente discutibile. Il tatto è la chiave. Quando un anziano prende in mano un melone o un cocomero, la Coop si ferma. Fiato sospeso. Una volta uno, dopo un istante di  concentrazione, ha piegato un po’ le gambe e ha provato da tre. Buono il canestro (nel paniere dei limoni) e fallo. L’anziano ha fatto poi due su tre dalla lunetta e un tifoso della Fortitudo, ricordando vecchi incubi, è svenuto. Ma se qualcuno si azzarda a venire a casa con un melone che non è stato tastato dall’esperto (perché il nonno è a casa trattenuto da una fastidiosa flebite), quando il suddetto melone arriva a tavola, tagliato, col prosciutto, il nonno lo assaggia e scuote la testa in silenzio. E lì, la linea di confine fra il profondo disaccordo sull’acquisto di quel melone e l’accenno di Parkinson è sottilissima. Comunque il succo è no. L’è trèst.

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