Quella coppia di centauri destinazione crescentine

Lui di solito è un notaio, statura media, prestante ma con una consistente buzza, capello da volpe argentata, abbronzato, mascella quadra e anche scarpa quadra quando è in ghingheri. Lei avvocato, civilista o penalista, taierino da donna in carriera, gamba muscolosa ma non troppo, capello sempre in ordine, libero e bello, abbronzatura arrogante, qualche ritocco magari qua e là, ti vedo e non ti vedo (a volte si vede un casino purtroppo), borsa grandi firme. Età? Di solito quella che si dice la mezza età, più iva, nel senso che un po’ sborda. Alla domenica la coppia in questione decide di andare fuori in moto. Hanno due BMW 1200. Neri, aggressivi. La Parigi-Dakar parte alle 11 del mattino nel garage. E’ estate, fa caldo. Alla Dakar è sempre così. Le due moto sono dotatissime, hanno tutti gli optional e soprattutto hanno sei o sette valigioni, di quelli rigidi che portano le moto, facendo finta di niente, alla dimensione di un camioncino, come larghezza. Le valigie laterali sembrano una palazzina a tre piani e vengono riempite per il viaggio di qualsiasi cosa. Vestiti, giubbotti di riserva, pantaloni, lei ha venti beauty, uno per la mattina, uno per pranzo e uno per cena, come le pillole da prendere tre volte al giorno. La preparazione del viaggio è accuratissima. Dalle finestre i coinquilini osservano con malcelata invidia. Sono bellissimi. Lui mette anche il foularino colorato che sul nero stacca. Poi lustra i fanali. Ogni moto ne ha cinque, ma se uno sta attento ne saltano fuori anche altri due o tre come ridere. L’ufficio, le pratiche, i casini, le volture, le cause sono un ricordo lontano. Solo lui accenna a una stipula, ma lei svisa parlando del matrimonio di Melissa Satta con Boateng. Lui abbozza e guarda il meteo sul telefonino. Ci siamo. Guanti. I guanti vengono infilati con gesti secchi, precisi. Sono neri. Diabolik se glieli vedesse glieli fregherebbe subito. Poi i giubbotti, i mega giubbotti, gonfi, neri, enormi, di pelle che non lasciano passare neanche un filo d’aria, i gomiti rinforzati, le tascone dentro alle quali ci sta tutto, quasi come nelle borse della moto. Lei ci mette il burro cacao per averlo a portata di mano e prevenire le labbra strizze. Si possono ammirare gli stivaloni, alti, belli, da ufficiale dell’esercito di alto grado, la punta rinforzata, la forma perfetta, da supereroe (Batman li ha più sdozzi). Ci si sgranchisce, si sistemano le tute aderenti muovendo le gambe. Lui si assesta anche le parti sporgenti con gesti precisi e di classe. Adesso sembrano veramente Diabolik ed Eva Kant. Ginko, non c’è, è domenica, è di turno e li lascia stare. Ecco i caschi, monumentali, aerocazmel e aerostrasocmel. Eccoli in sella. Il rombo dei motori fa sussultare i garage e Tarozzi, il pensionato del piano rialzato che è in terrazza in mutande e canottiera. Ma Tarozzi sussulta già di suo avendo un filino di Parkinson. La coppia ha già sgasato all’inverosimile non si sa se per scaldare i motori o per far affacciare tutto il quartiere. Lui comunque alla fine della sgasata è già in riserva. Il viaggio si presenta lungo e tortuoso. Ma ci siamo. Partono. Infilano la salitina dei garage e si perdono nell’inferno della loro avventura. Dovranno affrontare molti perigli ma l’attrezzatura è all’altezza. Dopo venti minuti di viaggio ecco la meta. Il Botteghino della Mura di San Lazzaro. Arrivati. Si sbarca dalle moto, ci si toglie i caschi. Incutono timore nei loro movimenti decisi. E poi giù con le crescentine e lo scquacquerone. Tarozzi dal terrazzo se li immagina verso il Nepal e invece sono qui, alla Mura. Un trionfo. Alla fine pagano il conto ed escono. Lui si era slacciato la tuta sul davanti per stare più comodo. Adesso non riesce più a chiuderla perché la buzza è cresciuta. Lei lo aiuta goffamente. E’ una scena incresciosa. Ma sono particolari che è meglio tralasciare.

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