E noi siamo condannati al “caghino” dello chef

A tavola, al ristorante, ti sei appena seduto, tranquillo, con amici, il cameriere è arrivato ponendo la domanda codificata nei secoli che è “acqua gasata o naturale?” e tu, o altri, hai risposto nel modo ormai concordato in tutto il pianeta e cioè: “una e una”.”Una e una” è una formula magica che tranquillizza tutti, anche se poi la naturale rimane spesso tristemente abbandonata piena in un angolo del tavolo e lì c’è sempre uno che dice in un tono laconico: “La naturale non ha avuto un gran successo eh?”. Comunque dicevamo, dopo questi riti di iniziazione cena che sono inevitabili e dopo la lettura del menù con relativa scelta e ordinazione, ecco che arriva. Non dappertutto eh, ma ormai in moltissimi posti dove si va a mangiare arriva inesorabile: “la proposta dello chef”. E’ il cameriere che la porta dicendo: “Nell’attesa…una proposta dello chef”. O anche “Il benvenuto dello chef”. E qui succede una cosa inevitabile che è un movimento, contemporaneo, di tutte le teste degli astanti. Tutti si sporgono per vedere nel piattino che è appena arrivato cos’è l’oggetto volante non identificato. Il cameriere lo dice in effetti cos’è, accompagnando il gesto del porgere i piattini con la proposta, a ognuno: “Emulsione di carota con gocce di balsamico e centrifugato di senape”. Ma nessuno capisce. Perché il benvenuto, o proposta, dello chef è di difficilissima comprensione. Arriva solitamente un caghino al centro di un piatto dai colori sgargianti, dalla composizione fantasiosa, ma dai misteriosi significati. Perché lo chef ci ha voluto dare il benvenuto così? A noi che abbiamo una fame della madonna e che non vediamo l’ora di mangiare? I caghini dello chef sono di frutto di variegate costruzioni e per capirle a fondo bisogna usare una lente o un microscopio. Il silenzio piomba sul tavolo. Tutti guardano l’oggetto, sbarcato sul nostro pianeta da mondi lontani, muovendo la testa in tutte le angolazioni. Qualcuno a un certo punto, nel silenzio azzarda un: “Oh, cucina molecolare…”. A volte una donna dice: “Bellizzimo”, attirata dalla bizzarra composizione di arte contemporanea degna di Artefiera. In realtà spesso quella dello chef è un’installazione. Ma trattasi sempre di un caghino. Esempi. Tre bottoncini di pomodoro di colori diversi. Un centrifugatino verde di non si sa cosa (il cameriere sembra abbia detto: “Grufnus”) con sopra un’oliva e una foglia minuscola di qualche pianta del Nepal. Una minuscola mousse di sogliola con sopra un cappero mentre un altro cappero è da solo sul lato del piatto. Un maccherone con dei puntini rossi come un morbillo ripieno di avogadro. Tre fagiolini e una micromontagnetta di patè di qualcosa (che il cameriere definisce “destrutturato”). Un gambo di sedano nano, con un pisello nano e un gamberino nano (che non gli ridi in faccia poverini perché non sta bene). Cosa succede a quel punto. Che tutti mangiano la proposta dello chef. Non possono fare altro. Se uno lo lascia lì va in salita subito, la cosa viene riferita in cucina e chissà cosa succede dopo. A un certo punto puntualmente qualcuno dice: “Buono”. Ma con quel tono monocorde e inespressivo, distratto. Altri ripetono: “Sì buono”. Il benvenuto dello chef scivola apparentemente indolore perché intanto cresce l’attesa per qualcosa da mangiare. Ci si strafoga di pane. Qualcuno va su Facebook. E intanto si vedono, sugli altri tavoli, altri caghini che vengono portati, con inchini e salamelecchi e faccine sorridenti. A quel punto uno del tuo tavolo si alza. “Dove vai?”, gli chiedono. “In cucina. Voglio fare io una proposta allo chef”. “E cioè”. “Di andare a far delle pugnette”.

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