Forse Giacomo, forse Lucio forse qualcuno da lassù

Forse qualcuno lassù. Forse Giacomo. Forse Lucio, chissà. Sì, sono stati loro, solo loro potevano. Qualcuno che ci ha preso per mano mentre eravamo al buio e ci ha portato in serie A. Qualcuno che ha fatto sì che alle 22,31 ci sia stato un altro urlo della città, dopo quello del 64, quello più famoso. Forse quando i bimbi del Piccolo Coro dell’Antoniano che avevano cantato l’Inno di Mameli forse erano già a letto. L’urlo nella notte. Baciamo e inchiniamoci davanti allo stellone, che, ironia della sorte, stavolta non è l’allenatore del Frosinone. Un urlo che ha fatto scoppiare Bologna. L’urlo della Bolognina, l’urlo della Cirenaica, l’urlo di San Donato, l’urlo dei bar ancora aperti, l’urlo negli ospedali, l’urlo nelle case, col nonno che arrivava un po’ lungo e chiedeva se era gol tre minuti dopo, l’urlo dei bambini, dei nonni, degli zii, di quelli che c’erano nel 64 e di quelli che ne avevano solo sentito parlare.  L’urlo di liberazione dopo un’apnea infinita in cui i giocatori hanno messo gambe, testa, ginocchia, mutande, tutto. Un’apnea che è durata per un tempo dopo che c’era stato un altro urlo, alle 9 e 13, col gol di Sansone, dove la A sembrava lì, a portata di mano, solo da prendere. Poi l’urlo è diventato un rantolo col gol di Pasquato, un lungo rantolo, un mostro che covava nell’ombra, nel profondo, un groppone che non faceva respirare, che non usciva, che rimaneva dentro nell’anima, pesante come un macigno, un vulcano che non riusciva a esplodere. Bologna ha trovato la serie A ma ha perso ventanni di vita. Lo vedeva sulle facce di Tacopina e di Alberto Tomba, inquadrati da Sky, sembravano delle statue greche, quelle immobili nei secoli. Anche Merola sembrava una statua, non una statua greca, una statua e basta. Montezemolo sembrava avesse preso la dueventi nei capelli. Saputo sembrava una sagoma di cartone. E Delio Rossi tormentava a morte una cicles ormai devastata dalla tensione tremenda. Un secondo tempo infernale, negli abissi del nulla, con un grande tifo di un grande pubblico che cammuffava un silenzio glaciale. Quello del terrore, della paura nel cuore. Quando Mbaye ha lasciato a piedi la squadra, Bologna ha visto un tir che gli veniva incontro in autostrada contromano. Apnea totale. Sott’acqua. Qualcuno ha chiuso gli occhi. Qualcuno ha guardato in alto. Ma c’erano i giocatori, c’era la voglia, c’era la rabbia, c’erano i muscoli ormai disfatti e doloranti. Dopo aver visto quelle traverse però, quelle che hanno tremato, quella con l’Avellino all’ultimo tuffo, quella di Pescara e quella pressochè identica nel momento che poteva essere fatale, vuol dire che c’era qualcuno lassù, sì qualcuno. Forse Giacomo. Forse Lucio, chissà. Perchè questa è la sera dei miracoli, fai attenzione…

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