Gli eroi delle moto

“Ehi Jo, seguimi, ci vediamo fra due curve!”. “Sì Terry, ho la marmitta che ha una brutta tosse”. Benvenuti nel meraviglioso mondo dei motociclisti. Si chiamano così, Bob, Tom, Jerry, Lesly, tutti soprannomi che fanno molto motore, molto suono, molto rumore. In realtà si chiamano Roberto Zanini, Leonardo Casoni, Tommaso Bertozzi eccetera. Ma nell’easy rider bolognese il film si srotola nei grandi ritrovi fuori dai bar la domenica mattina. Si parte per la missione, tirando indietro le pance e su dei gran zip. Fuori dai bar si sentono dei rumori di zip che fanno trasalire. Il motocilista viene ammirato dagli avventori perché è vestito da motociclista. Fino a ieri era l’elettrauto o il salumiere del quartiere, ignorato più o meno dalla folla. Ma quando entra nel bar con la tuta da Batman, le gambe sapientemente arcuate, il casco spaziale, lo stivalone intimidatorio da forze speciali, lo sguardo sprezzante, allora la musica cambia. La differenza la fa quasi sempre il polpaccio. Il motociclista durante la settimana ce l’ha normale. Al sabato e alla domenica diventa quello di un cowboy appena sceso da un cavallo. La gamba va portata all’infuori e i piedi in dentro, così da creare quell’arco, quella gamba storta che fa un buon motociclista. Chi ha la gamba dritta è un dilettante. Può guidare tutt’al più un Ciao.  La gamba dritta è da fighetto. Se la inarchi invece sei già sulla Futa a “piegare” come un forsennato che Valentino  non ti fa un baffo. Senza polpaccio adeguato è meglio che stai a casa e vai a comprare le paste per la famiglia.

Le tute poi sono meravigliose. Con quelle tute si romba per forza (basta non aggiungere la t all’inizio perché quella è una storia a volte anche delicata). Il vero motociclista del week end deve avere quella mezza età giusta, fra i 40 e i 50, ma anche verso i 60 va bene. Il problema sono le soste. D’accordo i tragitti, i percorsi, le mappe, ma è inutile che ce lo nascondiamo, l’obiettivo è fare una “gran magnè”. Si scoprono allora trattorie, già segnalate dai camionisti. Una volta se c’erano i camion fuori voleva dire che lì si mangiava bene. Adesso bastano le moto grosse. Il problema è all’uscita. La scena che si vede a volte è raccapricciante (in senso affettuoso). La tuta, sfilata a metà all’interno della trattoria (perché qualche tatuaggio si deve pur vedere prima o poi) deve essere rinfilata. E allora si vedono signori sui 50, ben panciuti, sdraiati sul prato davanti alla trattoria, come dei leoni marini in secca sulle spiagge della Patagonia, con le buzze al vento che cercano di infilarsi il restante della tuta e soprattutto di chiuderla. Lo sforzo è disumano. Si contorcono come animali in gabbia, si inarcano pericolosamente come interpreti di un personalissimo numero a corpo libero, le vene gonfie, le facce tirate, finchè, finalmente, lo zip finale ha ragione della poancia e chiude l’esibizione. La gente a volte applaude. E poi rombano via. Spesso in apnea, perché il bis di tagliatelle e il tiramisù hanno sensibilmente cambiato qualche parametro.

 

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