I dialoghi immaginati: “Ma cosa mangia la mamma?” dirà il bimbo

rsz_mamma_e_babyNon è vero che la gente manca di fantasia. Siamo al contrario dei formidabili creatori di immaginazioni. La capacità di proiettare le cose, di inventarcele, anche nei minimi particolari, è formidabile. Una mattina in un bar. Una mamma con un bimbo in carrozzina di tre mesi. Un’amica che straborda di squasi e complimenti. La mamma intanto sta mangiando una brioches. Poi si mettono a parlare al bambino, che è mezzo addormentato e ogni tanto fa un versetto, un movimento con la bocca, e apre gli occhi. “Guarda mo’ – dice la signora amica della mamma – adesso dirà: “Cosa sta mangiando la mamma? Una bella brioche? E a me niente? Eh? Eh?”. La signora incalza con insistenza, ma il bimbo niente, non conferma. “Dirà”. Siamo sicuro che lo dirà? La mamma allora interviene e risponde come se fosse il bambino, infatti fa la vocina tremolante e sottile: “No, io ho già mangiato la pappa, io la brioche adesso non la voglio, magari più tardi, di mo’…”. Ma il bambino purtroppo non lo dice. La proiezione del dialogo va avanti ancora. Finisce con la mamma che, sempre con la vocina fessa, dice: “Ti saluto signora Lina…adesso io vado a casa sai?”. E la signora Lina, sempre rivolta alla culla: “Anch’io ti saluto Andrea, salutami tuo fratellino eh!”. Il bimbo fa due versetti rantolanti e la mamma: “Vedi, è come se avesse capito…”. L’illusione dettata dall’amore è sempre dolcissima. Infatti il barista, che ha la faccia da ex proprietario di night, si intenerisce anche lui (e quasi quasi andrebbe a offrire un whisketto al bimbo). Sono proiezioni di fantasia meravigliose, quelle sui bimbi appena nati. Gli vengono attribuiti pensieri, ragionamenti, reazioni con una facilità incredibile. Nel bar c’era un anziano, in disparte, che mentre ascoltava il dialogo, non alzando lo sguardo dal giornale, ha sussurrato un commento altrettanto strepitoso e cioè: “L’è la vòia…”. E’ la voglia. Certo, è la voglia. Stessa cosa succede con gli animali. Scena vista a uno zoo, mentre la gente sta guardando nei recinti. C’è un ghepardo, sdraiato al sole, che dormicchia. La gente si assiepa, guarda e fa le foto. Una signora dice: “Adesso penserà: ma cosa fa tutta sta gente qua? Guardano proprio me?”. Ma veramente lo penserà il ghepardo? Farà questo ragionamento, che è stato magistralmente colto dalla signora? Se poi il ghepardo si muove e si allontana, allora subito si sente il commento: “Adesso dirà: io quasi quasi vado a fare quattro passi che è una bella giornata, sono il più cretino io che mi perdo questo sole rimanendo lì a dormire? No no, io vi saluto amici…”.

Adesso farà, adesso dirà, adesso penserà. Sono presunzioni tenere quelle che ci colgono nelle nostre fantasie. “Di mo’, cosa fa il babbo con in testa quel cappello buffo?”. Pensate se il neonato nella culla all’improvviso dicesse veramente: “Cosa fai babbo con quel cappello buffo?”. Sverrebbero tutti, su due piedi. Quel “Di mo’” è un’esortazione dolce (ma nel contempo demenziale) a fare una cosa impossibile. Stesso discorso per gli animali. Addirittura si pretende che parlino. “Di mo’ mi date da mangiare che è ora?”, e il piccolo cagnolino, rotti gli indugi, dovrebbe dire: “Beh, sì in effetti, sarebbe già ora, e ho fame…”. Sarebbe un mondo fantastico. Da cartone animato. Ma l’immaginazione spinge ancora più in là. Che in quella scena, con la mamma e la signora chine sulla carrozzina del bimbo di due mesi, a un certo punto, mentre loro due continuano a dire “Adesso dirà, adesso penserà…”, o “Di mo’…”, il bimbozzo stesso dica all’improvviso: “Scusate ma voi due…vi sentite bene? La volete smettere di parlare con quel gnè gnè che è un’imitazione che fa schifo? Voi avete bisogno di farvi vedere, ma da uno bravo…”. Pensate le facce.

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