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I tavoli di donne che parlano
“Ma chi è pure quella lì?”

I tavoli di donne del post accompagnamento pargoli a scuola. O delle cene serali. O degli aperitivi in ghingheri. Dialoghi che si captano. Intanto bisogna ragionare sull’età che va dai 50 in su circa, più Iva meno ritenuta. Gli argomenti sono vari. Quelli fissi sono “lui” che è fatto così, che è fatto colà, che io non lo so, che per me ha una, che quello là per me fa l’asino eccetera. Poi la scuola dove i professori sono dei disadatatti e non sanno fare il loro mestiere, mentre il figlio è praticamente un genio in attesa del Nobel. Ma c’è tutto uno spezzettamento del discorso, davanti al caffè o all’ape o al zuzi, che fa più o meno così. “Ma tu lo sai chi è lei?” (nel locale è appena entrata una tizia ghingherata e panterata che si è seduta più in là con altre mamme). “No”, fanno le altre. “Adesso quando mi viene te lo dico… E’ la socia di…”. E non le viene. Le altre cercano di aiutarla. “Ma che lavoro fa?”, per darle un appiglio. “Mmmm, non so di preciso…dai, è quella che è stata tanti anni con…coso…”. Lo sguardo vaga in cerca di appigli. “Coso” non prende forma umana, né nel vaschettino delle arachidi, né nello Spritz. Poi ancora un tentativo: “Dai quello bello, che dicevano che aveva quell’azienda a Ozzano, dai…lo chiamavano ‘il bello’…”. Niente. Non salta fuori nè “coso” né il “bello”. Una delle altre tenta: “Chi Santoni? Quello della concessionaria di macchine?”. “Mocchè”, fa la smemorata, “quello è a Cuba adesso, ha aperto dei bar…”. Poi ci riprova, intanto dal loro tavolo guardano la ghingherata che è di tre quarti e non si accorge che parlano di lei. Però loro confabulano sottovoce, con la mano davanti alla bocca come i calciatori. “Ma chi è? Io non l’ho mai vista”, fa una. E un’altra: “A me invece sembra una fisionomia che…boh, Certo che quei pantaloni…ci vuole un bel coraggio”. Il discorso sterza sui pantaloni a cercare di che marca sono (“per me è roba di Zara, da poco”, “No per me possono costare anche 300 euro…”), mentre quella che ha fatto partire il dialogo è sempre più disperata. “Dai, lei…”. Non salta fuori il nome. Nè di lei, né di “coso”, né del “bello”, né della marca dei pantaloni. Arriva il conto. Non si saprà mai chi è quella. La smemorata chiude così: “Mah, ultimamente perdo dei colpi…”. “Dillo a noi”, le altre. E finisce una risata generale, ma non quelle risate schiette. Una risata un po’ dimessa. Da videino non bellissimo.

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