Il cambio degli armadi

“No Fede, oggi non posso, devo fare il cambio degli armadi”. E’ tempo. Il tempo del cambio degli armadi. Le condizioni meteorologiche avevano confuso le idee, spostato i termini, annebbiato le decisioni. La confusione ha generato un inizio autunno mezzo indiano e mezzo no, che ha fatto sì che alla frase: “Zoccia, non si sa cosa mettersi”, siano scattati obbrobri mai visti: impermeabili con sotto le infradito, sciarpe di lana abbinate a espadrillas, stivali col pelo insieme a T-shirt, pinocchietti e tubi da stufa in testa (non sono cuffie, lo sapete, sono sacchetti di lana fatti a tubi da stufa). La confusione. In Piazza Maggiore sono transitati in questi giorni di mezzo sole e di mezzo caldo dei look clamorosi. Tanto che si poteva udire distintamente il commento uscire dal capannello dei pensionati stanziali: “Guerda mo qualla lè…che bel gibus!”. Dove gibus è un vecchio modo dire bolognese (il gibus era un tipo di cappello a cilindro ma si usa per dire che bel soggetto).

Adesso finalmente ci siamo. Il cambio degli armadi. Un evento epocale. Ci sono donne che sono finite in clinica dopo un cambio di armadi. Dallo stress. Essendo abituate a fare una marea di cose al giorno, se sono, come dicono quasi sempre, “distrutte”, figuriamoci dopo una prova come quella. Come noto si tratta di spostare la roba invernale in un armadio a portata di mano e stivare la roba estiva in un punto meno frequentato. Ma le ante alte degli armadi sappiamo bene cosa significano. Che se una donna sbaglia a mettere via un jeans e si accorge poi che è l’unico che si abbina al tal colbacco, ecco che andarlo a ripescare vuol dire sfidare la parete nord del Cervino, su una scala che quasi sempre traballa. E allora si manda su la donna di servizio e li comincia un dialogo complicatissimo: “Quelli”. ”Quali signora?”. “Quelli lì a destra”. “Ma quelli a destra sono di suo marito”. “Ah allora quelli di fianco”. “Ma quelli di fianco sono dei bermuda di sua figlia”. “Allora guardi nelle grucce dietro”. La filippina a quel punto si inoltra nella boscaglia e sparisce. Alcune non sono mai più tornate. Per altre sono stati necessari i vigili del fuoco. L’operazione del cambio degli armadi dura alcuni giorni. Durante le suddette operazioni vengono smarriti sempre alcuni capi. “Cercavo la mia camicetta quella bianca…”. Ricerche infinite. Poi un giorno, affranta, la donna chiede alla figlia: “Tu l’hai mai vista la mia camicetta quella bianca coi bottoncini neri?”. E la figlia, masticando naturalmente la cikles (ma anche la mamma la sta masticando per allentare la tremenda tensione) risponde: “Sì, ce l’ha la Frè”. E la mamma non sa naturalmente chi sia questa Frè, né dove abiti. Il recupero di quella camicetta diventa una questione internazionale che può andare a risoluzione non prima di tre o quattro mesi. Forse anche un anno.

Gli uomini hanno un rapporto diverso col cambio degli armadi. Non sanno innanzitutto cosa sia. E non sanno nemmeno come e quando avviene, perché lo fa qualcun altro. Il risultato è aprire un armadio e trovare all’improvviso un panorama assolutamente sconosciuto. Il commento è quasi sempre: “Sooccia, ma di che è sta roba qui. Martaaaaa!”, l’urlo eccheggia nella savana. Ma si perde disperato in un beffardo eco. L’uomo è solo. In una jungla di giacche che non riconosce più, in una lunga teoria di pantaloni di cui aveva dimenticato l’esistenza. Le camicie poi non ci sono. Apre i cassetti, niente. La casa è deserta. Ancora l’urlo: “Martaaaaaa!”. Niente. Silenzio e desolazione. E la convention, nella quale l’uomo deve tenere un importantissimo discorso, è fra mezzora. Fregato. Fregato dal cambio degli armadi. Marta e la donna di servizio intanto sono alla Coop. E’ un’immagine tenera e disperata quella che dopo mezzora si presente ai partecipanti alla convention. Un uomo in giacca e cravatta ma con sotto una T-shirt bianca che inizia a parlare di fatturati e dividendi. Qualcuno guarda il vicino di sedia. “Che tipo è sempre stato però”. E l’altro: “No, par me l’è un cretèn”.

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