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Il dito puntato della mamma
non muoverti sennò vedi…!

“Guarda vè! Stà tènto! Non muoverti di lì, hai capito?”. Una signora sta entrando in un negozio e si rivolge col dito puntato al suo cagnolino, che ha momentaneamente legato a un palo. Il cane ovviamente non risponde, ma la minaccia risuona sotto il portico. Il dito puntato. Uno dei nostri classici. La gestualità del mettere in guardia, del tenere sotto controllo, come se, con quel dito addosso, nessuno si azzardasse a fare più niente. L’ingiunzione che ti inchioda alle tue responsabilità. Lo si usa soprattutto contro i bambini vivaci (diciamo pure spaccamaroni). A volte le minacce che partono dalle mamme sanno di esecuzione capitale biblica. Dito puntato e: “Ricordati che se continui, io ti do una sberla che ti stacco la testa!” (sentita l’altro giorno). Roba da telefono azzurro. E poi minacce, sempre col dito: “Quando siamo a casa te ne accorgi, ti chiudo al buio in una stanza per un mese”. Ci si può augurare che non sia vero, ovviamente, che la minaccia serva a calmare i bollenti spiriti di cinni tarantolati che sfuggono a qualsiasi regola e controllo (e che, sinceramente, farebbero saltare i nervi anche a una mucca in una vasca di Valium). Non si conoscono ancora le conseguenze a quel tipo di minacce col dito puntato. E per quanto tempo i bambini se ne ricorderanno, come del babau, o dell’uomo nero, o della strega cattiva, tutti incubi che hanno flagellato generazioni di cinni. A volte quando vedo un cretino adulto, mi chiedo se non sia un traumatizzato da quel tipo di terrificante minaccia, che si sente spesso girando per le strade del centro. Ma con quel dito siamo implacabili. Il dito puntato è un rafforzativo di tutto. Nelle discussioni, nelle liti, nelle accuse di gelosia, in tutto. “Ti ho letto nel telefonino, ho visto i messaggi…” e dito puntato. Uomini paralizzati attendono la sentenza di morte. Ma il dito viene usato anche in un altro modo. Le persone  più anziane, i pensionati della piazza, lo usano per reiterare le loro certezze, e  lo fanno  muovendolo dall’alto al basso con movimenti secchi. “”Mè a l’ho sàmpar dèt. I politici in capèssan un càz!”. Con tono della voce scandita a ritmo del dito che va su e giù. Oppure calcisticamente: “Lu lè l’è sàmpar sta trèst!”. E fanno seguito con: “A tal dègh mè c’an capèss gninta!”. Sottintendendo che capiscono tutto loro ovviamente e te sei un beota. Insomma il dito come elemento di certezza. Finché uno non dice (e succede spesso): “Sai dove devi infilartelo quel dito lì?”. E qui la Mosca si dissolve in silenzio.

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