Il guaio delle mostre è che si passa la parola (e non viene più ridata)

Per vedere una mostra oggi è fondamentale andarci quando non c’è l’inaugurazione. Va bene quasiasi altro momento ma quello no. Perché? Semplice. Perché all’inaugurazione c’è qualcuno che all’inizio parla. E cioè presenta o, come si usa dire, “introduce”. Le famose due parole. “Adesso è arrivato l’organizzatore, insieme al tale assessore e al tal sponsor che ci diranno due parole”. Ecco, su quelle due parole, che sono un obbligo istituzionale inesorabile, spesso si può anche morire, o quantomeno accasciarsi esanimi. Il sogno recondito è che quelle due parole siano veramente due parole. Per esempio: “Casa e albero”. O “Buonasera e arrivederci”. Due parole veramente. E invece purtroppo non è quasi mai così. Le parole sono miliardi. Chiunque si metta davanti a un microfono in occasione di un’inaugurazione non smette più, continua a dire che sta per chiudere, che sarà breve, che aggiungerà ancora una cosa poi ha finito, ma in realtà bisognerebbe abbatterlo con un contraerea. Altrimenti si rimane lì appesi e non si vede niente della mostra. Se poi quelli che devono parlare sono due o tre addio. Ci sarà un “passare la parola” continuo. “E adesso passo la parola a…”, “La riprendo…”, “La ripasso”. Bene. Il passaggio della parola è una delle operazioni più rischiose della terra. La parola verrà presa e mai più ridata, o passata quando già tutti sono stremati sulle sedie. La frase attorno alla quale ruota il destino degli astanti è quasi sempre questa: “Bene…non facciamo perdere tempo alla gente che vuol vedere la mostra…”. Se sentite questa frase potete tranquillamente accucciarvi su una sedia, sistemare un cuscinetto e schiacciare un piso. Vuol dire che lì partirà la famosa “tomella” in cui la gente perde un tempo indefinito. Anche perché dopo le introduzioni ci sono i ringraziamenti. “Ringrazio Tizio, Caio e Sempronio…” che dopo sarebbe bello andare a chiedere alla gente a bruciapelo: “Adesso ridimmi subito chi ha ringraziato poco fa l’orgaizzatore o l’assessore”. Questo succede spesso anche nelle conferenze stampa. Si ringraziano tutti a vicenda, grazie a te, grazie a me e c’è sempre uno fra la gente che fa una chiusura aggiungendo “grazie al…”, una cosa volgare che almeno riporta in vita con una risata quelli che sono attorno a lui.

Un’altra cosa che è un classico delle inaugurazioni di mostre è la caccia al catalogo. Il catalogo di solito è un librone che ha un costo, a volte anche alto. Ebbene tutti pensano sia omaggio e c’è sempre una signorina dietro al banco dei cataloghi che quando vede la gente che lo prende su e va via dice con un filino di voce: “Mi scusi…ma il catalogo costa (tipo) 20 euro)”. Naturalmente si cade dalle nuvole. E le reazioni sono molto varie tipo. 1) “Ma come, io sono quello che li ha portati con un furgoncino dalla tipografia a qua!”, 2) Ma come, sono l’elettricista della mostra!”, 3) Ma come, sono la macchina blu della mostra, 4) Ma come, sono Roversi Monaco! 5 ) Ma come, sono amico di Roversi Monaco”. In tutti questi casi ognuno pensa che il catalogo sia gratis. Ecco perché si corre ai ripari e gli organizzatori devono istruire le hostess del banco cataloghi, spiegando che atteggiamento tenere e facendo vedere una serie di foto, per esempio, di Roversi Monaco perché non si sa mai. Anche perché una volta lui, che aveva ideato la mostra, pare abbia preso un catalogo e la signorina, non conoscendolo, non gliel’ha dato insultandolo, dandogli del barbone e dicendogli anche di non fare lo spiritoso.

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