E in albergo è la guerra:
tutti lanciati sul buffet

rsz_buffet“Io non lo so…ma quelli là prendono sempre tutta l’insalata fresca e a noi lasciano quella vecchia”. L’estate al mare, sotto l’ombrellone, è fatta anche di grandi recriminazioni, di sottili veleni, di livori sotto pelle che sono uno spettacolo da ascoltare. Il dialogo fra le due coppie di signori di mezza età avanzata, diciamo diversamente giovani (per non usare il termine anziani), è quasi sempre imperniata su una lamentela riguardante l’albergo o la pensione, dove vanno da anni perché: ”siamo sempre andati lì, cosa vuoi…”. Ultimamente, nelle pensioni e alberghi suddetti, c’è l’abitudine di presentare un buffet iniziale, al centro della sala, con antipasti fatti di insalate, insalatine, verdure, piatti freddi vari. Quindi prima dell’arrivo dei primi e secondi da menù, scelti il giorno prima e scritti sul classico foglietto. Il buffet è un territorio di guerra. Intanto, siccome si mangia alle 12,30, alle 12 c’è già la fila davanti alla porta della sala ristorante, una specie di griglia di partenza dove potrebbe essere fatale non avere la pole position. Quando si apre la porta scattano tutti come delle molle. Al buffet si compilano piatti ai limiti della capacità del piatto stesso; sopra ci sono insalate di tutti i tipi, mischiate a fette di vitello tonnato, carote, alici, polipetti, carpacci di carne. “Oggi mangio solo questo”, dice qualcuno tornando al tavolo col piatto debordante da cui cadono piselli e ceci unti. Non è vero. Mangerà tutto, primo, secondo e tornerà al buffet a comporre un piatto carico di otto assaggi di dolce. La tensione in quei buffet è alle stelle. E i livori sibilano come lame ad altezza uomo. Più tardi sotto all’ombrellone si squadernano rabbie ataviche. “Ci han fatto cambiare tavolo perché loro sono in cinque, ma noi siamo sempre stati in quel tavolo, non mi è piaciuto”. “Quelli del tavolo di fianco arrivano prima e prendono le cose migliori, io al ballo di giovedì sera, se ci sono anche loro, non ci vado”. La bottiglia d’acqua ieri era a metà, adesso è finita, per me sono quelli di Milano che l’han sostituita”. “Io non lo so, fanno cadere i cucchiai per prendere su la roba, nell’olio che dopo non si usano più”. “Quest’anno è meno ricco il buffet, si vede che la crisi…”. “Quest’anno tirano via…”. Se ne sentono di tutti i colori in un ritmo di lamentela tipico di certe case di riposo (quasi tutte). Il paragone fra “quest’anno” e l’”anno scorso” è un classico. “L’anno scorso si mangiava meglio, Aurelio dice di no, mo per me sì”. E subito si sprecano le illazioni: “Per me è cambiato il cuoco…”. “Eh sì, anche la pasta è sempre un po’ scotta. E poi c’è meno pesce, io non lo so…”. Il “non lo so” è un intercalare molto diffuso. Un altro ribatte: “Perché gli costa troppo…hanno abbassato il livello”. Da qui scattano i pettegolezzi: “Non c’è più al bureau quella signora bionda, hai presente? La moglie del figlio del proprietario. Ho sentito che è scappata via col bagnino e hanno aperto un chiosco a Formentera”. Con subito la ribattuta: “Mocchè, l’ho vista ieri al supermercato, era da sola…”. Insomma il lavorìo sotto l’ombrellone è di grande intensità. Fino a quando parte la lite interna alla coppia. Il marito: “Ce l’hai te la chiave della cassaforte?”. Come si sa nelle pensioni e negli hotel al mare c’è spesso una cassaforte dove mettere i valori, i bracciali e le collane “perché non si sa mai, con tutti questi extracomunitari e questa gente dell’est che fa le camere…”. La moglie a domanda risponde. “Mo me no! Ce l’hai te!”. E lui: “Mocchè, te l’ho data ieri non ti ricordi, che l’hai messa nella borsa?”. Lei: “Te cominci a perdere dei colpi, non mi hai dato niente…”. Sul fondale del “perdere dei colpi” parte la ricerca spsmodica della chiave della cassaforte. E si va su prima dalla spiaggia per vedere se la chiave è in camera. Poi si scopre che ce l’ha lui. Nella tasca degli altri pantaloni. E i due non si parlano per un giorno e mezzo.

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