La domenica a pranzo tutti in scacco da Gengis Khan

Il bianco muove e vince in tre mosse. Scacco matto. Ristorante del giorno di festa a pranzo, un tavolone con una decina di adulti, difficile capire le parentele ma un paio di nonni sono facilmente identificabili. Poi un bimbo, sui 3-4 anni circa. In questo momento è in piedi su una sedia. Sta urlando come un ossesso all’indirizzo di qualcosa. Scacco matto. Il bimbo muove e vince in tre frigni. Il tavolo è, da quel momento in poi, sotto scacco. Nessuno parla più con nessuno, ma tutti sono esclusivamente rivolti verso il cinno. E’ una formula matematica. La urla terrificanti da tortura biblica fanno sì che la mamma, o il babbo (sì, di solito tocca al babbo) prenda su il bimbo e lo tenga in braccio. Niente da fare. Tutto il tavolo, come se le persone fosssero spettatori seduti in una platea di un teatro, intanto applaude all’indirizzo del bimbo, con le facce sorridenti, cercando di catturare la sua attenzione. Gli applausi e le urla vengono ovviamente captate dagli altri tavoli, dai quali partono sguardi cupissimi, taglienti e serissimi. Il successo del cinno viene tributato solo dal suo tavolo. Qualcuno porta il bimbotto urlante fuori o in bagno, chi lo trasporta fuori lo dondola nel tentativo di fermarlo, o quantomeno di attenuarne l’audio. Al rientro il tavolo applaude ancora, in maniera scrosciante. “Eccolo! Ciao (e a seguire un nome tipo Luca), sei tornato? Beeene. Mangia mo’ la pappa”. Si tenta di farlo mangiare, ma dopo cinque secondi di silenzio il protagonista della giornata, la Superstar assoluta delle domeniche a pranzo, il Mattatore dei ristoranti e delle trattorie, ricomincia ad emettere strilli acutissimi, questa volta intermittenti, esprimendo un linguaggio di difficile interpretazione: Qualcuno dice: “Ha fame”. Qualcun altro: “No, ha sete”, qualcuno azzarda un: “Per me ha sonno”. Un altro prova con un: “Vuole giocare”. Da un tavolo d’angolo giunge un impercettibile e inesorabile: “Par mè al stràza i maròn e baaaasta”. L’ha pronunciato un marito che viene subito “cazziato” da una moglie scandalizzatissima: “Albeeertoo, smettila! Ti fai sempre ricnoscere, è solo un bambino dai”. I camerieri provano a venire a capo delle grida portando gessetti, fogli, pupazzini, librini. Niente. Tutto viene sbattuto in terra. E il tavolo, soprattutto i nonni, riesplode in un nuovo fragoroso applauso. E’ un trionfo. Nessuno intanto ha mai scambiato una parola con il vicino di posto. Tutti sono ipnotizzati dalle gesta di Gengis Khan, che ora brandisce una forchetta e rischia di accecare la nonna che si era incautamente avvicinata. Arrivano i piatti per gli altri ma è un mangiare senza senso, spezzettato, distratto. L’attenzione è completamente catalizzata. Il nonno tenta la carta della comicità facendo facce e grugni che gli stravolgono i tratti somatici, il bimbo lo osserva immobile per otto secondi poi ricomincia ad urlare a volumi ancora più alti. Ora i camerieri hanno i tappi, come gli assistenti tecnici degli aeroporti sulla pista. Qualcuno ordina una boccia d’acqua ma i camerieri non sentono. La situazione si complica quando il cinno viene messo a terra e comincia a correre all’impazzata attorno ai tavoli, tirando pacche a tutti e infilando a caso chiunque abbia a tiro con uno spadino di plastica. Al tavolo, tutti girati, applaudono ancora. “E’ una birba!”, dice il nonno. “Sì, ma sa anche essere molto riflessivo’, ribatte la madre, “a volte ho paura che sia un genio”. Intanto il circuito di Hockenheim attorno al tavolo è già a due giri dalla conclusione. Il bimbo ha vinto. Dai box escono i meccanici festanti. Si va sul podio (cioè in piedi sulla sedia). I nonni piangono di commozione.

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