Mio figlio? Un fenomeno Pensa, ha detto forchetta!

“Ieri ha detto zucchine, proprio così…ha proprio detto zucchine, io non lo so, non mi capacito”. Oppure: “L’altra mattina si è alzato e acceso il computer. Ti dico di sì, così da solo, ha acceso il computer! Io non lo so quel bambino…”.  Si parla di bambini. Due o tre anni. Gli si vuole un gran bene, giustamente. Ma ognuno di loro, fateci caso, nessuno escluso, è un genio che Einstain al confronto è un imbecillone da bar. In ogni tavolo di ristorante, soprattutto domenicale, si assiste ogni volta alla consacrazione del più grande fenomeno mai nato sulla faccia della terra. A volte si grida addirittura al miracolo. “Ha detto forchettaaa! Avete sentittooo! Ha detto forchetta, è un geniooo!”. Se fate attenzione alla faccia del bambino in quei casi vedrete che è assolutamente attonita. Si sta chiedendo cosa dicono, perché, è lui che non si capacita e guarda tutti, nonni, zii, genitori, come fossero improvvisamente impazziti.

In quel tipo di contesto innanzittutto il tavolo è completamente azzerato, nessuno comunica, e l’attenzione è esclusivamente polarizzata dal bambino che dal canto suo, vedendo un’attenzione così, cerca di non deludere nessuno e corre all’impazzata attorno alle sedie, rovescia bicchieri, tigna (con urla strazianti se non gli danno un grissino), va a tirare pacche a quelli seduti agli altri tavoli. Con i genitori che sorridono compiaciuti e annuiscono con ampi cenni di approvazione. Il bimbo sa che se stesse buono a sedere deluderebbe. E allora via, a mettere il ristorante a ferro e a fuoco. Camerieri travolti con i piatti in mano, cuochi che si vedono arrivare in cucina furie scatenate che li percuotono con sciabole di plastica nelle gambe. Insomma un casino. Intanto i “grandi” sono lì ad esaminare seriamente il fenomeno che sta accadendo. La zia dice: “Ha due anni, pensa, due anni!”. E il nonno, commosso così l’ultima volta solo a un gol di Bulgarelli, commenta: “Me un quel axè an l’ho mai vèst!”. Tutti allargano le braccia, non sanno cosa fare, come gestire il miracolo. “Ah io non so cosa diventa. Se ha detto “ipocondria” a due anni io non lo so andando avanti”. Che poi nessuno l’ha mai sentito dire veramente ipocondria, ma a qualcuno il giorno prima gli era parso. In realtà il bimbo aveva detto “va via zia” e il racconto era stato un po’ gonfiato. In quelle tavolate spesso si esagera. “Io lo iscrivo subito all’Università”, dice la mamma. E il babbo: “Io vorrei che prima provasse nel Pontevecchio, perché ha un tiro a foglia morta di sinistro che non vedevo dai tempi di Mariolino Corso”. E la nonna rincara: “Io quando gioco a briscola con lui, che gli ho insegnato, perdo ogni volta perché lui sa sempre le carte che ho in mano” (in realtà la nonna ha dei piccoli colpi di sonno e il cinno fa il giro della tavola e gliele va a  vedere).

Insomma la fenomenologia del pargolo è dilagante. Dubbio: ma non è poi che diventa presuntuoso? Che poi pensi di esistere solo lui o che voglia sempre essere al centro dell’attenzione? Noooo, ma state scherzando? Basta guardare gli adolescenti di oggi. Umilissimi, semplici, sempre altruisti, sempre pronti ad aiutare in casa. E allora si dirà.

“Soccia guarda! Oggi ha sparecchiato! Per me è un fenomeno!”.

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