E scoppiata la mania
di fotografare i piatti

fotografare-cibo-Basta che arrivi un piatto. Uno qualsiasi ormai. E zac, subito parte l’operazione. Come un automatismo irresistibile. La mani scattano, come quelli dei pistoleri nel west quando c’era il duello davanti al saloon, e vanno in tasca ad estrarre il cellulare. Due sdidazzatine sullo schermo per attivarela funzione camera e poi le mani si protendono verso l’alto e il cellulare punta sul piatto, come fosse un aereo in ricognizione. Ditino e fotina! Un trionfo. Il gesto, se il tavolo è da otto, può essere eseguito anche da tutti e otto contemporaneamente. E otto telefonini, sospesi in cielo sopra il tavolo, immortalano l’orrenda sbobba, ricamata e arzigogolata da sapienti manine di chef, convinti che un piatto prima che buono debba essere bello. Ma non è assolutamente vero perchè viene ormai fotografato di tutto, anche roba orribile a vedersi. Boazze di friggione fumante, tagliatelle su cui è piovuto un quintale di ragù, fette di carne intingolate da sugji tremendi, budini tremolanti (che infatti nella foto vengono mossi). Certo quando arriva l’installazione da Arte Contemporanea si fotografa più volentieri. Così poi lo si manda subito agli amici invidiosi che sono a casa con un brodino, uno stracchino o una mela cotta, oppure lo si mette immediatamente su “Feizbuk” o su “Istagra” così che tutti gli amici o i curiosi ne possano beneficiare. Ormai vengono postate più foto di piatti che tramonti, citazioni spiritose, gatti o piedi (la foto dei piedi, con sullo sfondo il mare, è stato un grande classico fin dall’inizio dell’era dei social). Le foto inviate vengono di solito accompagnate da commenti tipo: “Guarda mo qui!”, oppure “Soccia che buono!”, o “E da domani dieta!”. Ma perchè? Perchè gli altri amici, o presunti tali, devono essere i destinatari di una foto di roba da mangiare? Quale beneficio ne possono trarre? Quale piacere può provocare a un poveraccio che è a casa o in un altro posto e riceve sul telefono un piatto di maccheroni al ragù? O una zuppa inglese? O una chela di granchio con la maionese? Uno cosa deve fare? Deve ridere? Gli deve venir fame? E’ un mistero, ma a qualcosa servirà pure. C’è gente comunque che ha la rubrica delle foto piena di foto di piatti e di impiattamenti. Tra l’altro sono foto difficilissime e infatti, siccome sono fatti con l’occhio del dilettante, risultano spesso incomprensibili, non si capisce niente di cosa c’è nel piatto, solo un grumo di colori, solo un grande senso dell’unto che impera. Infatti quelle dei piatti sono fondamentalmente foto unte. Ma sta di fatto che, al ristorante, la moda di fotografare tutto quello che arriva sul tavolo è dilagante. Per una cena si possono scattare anche una cinquantina di foto perchè, dopo quelle dei piatti (se ne fanno sempre cinque o sei perchè non si sa mai) ci sono quelle dei selfi, con tutti che si sporgono verso tutti. E queste sono le famose foto di sbieco o di giangone che dir si voglia, perchè per entrare nell’inquadratura quasi tutti si piegano tragicamente verso il prossimo. E lì via con le faccine e le bocche chiuse a bacio, per non dire delle solite linguacce che, non si sa perchè, si fanno nelle foto. Gente che si alza che corrichia dall’altro capo del tavolo per fare la fotina e poi il classico “Dai, me le giri?”, che provoca un fenomeno curioso: tutti a quel punto, isolandosi, si ripiegano sul loro smartphone e provvedono all’invio. Whattsapp lavora più del cameriere e del cuoco. Spediti foto e videini, la cena può proseguire fino all’arrivo del prossimo piatto. C’è anche qualche foto del conto alla fine, che viene poi regolarmente pubblicata con polemica annessa sul prezzo pagato e i commenti annessi: “Mai più”, “Soccia che botta!”, “Non mi vedono più”, “Alla faccia della tradizione”. “Mastercess!”, eccetera. Comunque le foto dei piatti sono la nuova moda, ma siccome le mode cambiano in fretta, pensiamo, con terrore, quale sarà la prossima cosa che ci scateneremo a fotografare. Andiamo piano, per favore, ragazzi. Pianoooo!

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