La pausa pranzo, gran teatro dell’inciucio

Uomini in giacca e cravatta che si sporgono sul tavolo verso la donna in tailleur, mani che versano vino verso bicchieri col bordo leggermente sbavato di rossetto, teste sale e pepe che gongolano con sorrisi studiati allo specchio, cappotti infilati di cortesia e molti “scusa un attimo” con uomo o donna che si alzano e vanno in bagno a telefonare (alla moglie o al marito). Il mondo della pausa pranzo. Un universo parallelo dall’una alle due. Ogni ufficio vive per la pausa pranzo. Intanto il menù. “A pranzo sto leggero, una bella insalatona”. Che sia bella e che sia “ona” è tutto da verificare. Un’insalata non è mai stata bella e sulle dimensioni si può discutere all’infinito. Torme di bancari, di impiegati, di commessi, di commercianti, si riversano in quello che hanno convenuto essere: “un bel posticino”. La frase che fa scattare l’universo pausa pranzo è: ”Mangiamo un boccone assieme all’una?”. Non si capisce perché all’una dev’essere un boccone e alla sera si mangi veramente. Anche perché c’è gente che si strafoga inesorabilmente anche all’una. I “posticini” ormai fanno zamponi, cotechini, polpette, lasagne, friggioni e quanto di più peso esista. Tutto sotto la rassicurante scusa di partenza della “bella insalatona”. Rarissini quelli che mangiano ancora un paninozzo. Dove poi il paninozzo nasconde (si fa per dire) fra le due fette una grondante cotoletta o una melanzana alla parmigiana con elmetto e fucile pronta all’assalto del fegato. Nelle pause pranzo comunque si miagola molto. Nel senso dell’inciucio da ufficio. E lo sgabello spesso favorisce un giro di gambe apprezzabile da buona angolazione. La nuova impiegata, il nuovo dirigente, il bell’usciere o chi per esso si tuffano nell’arte imbonitoria più efficace e pericolosa che esista. Nelle pause pranzo nascono amori devastanti anche perché tutto è molto più facile. Dove vuoi mai che vada la nuova impiegata a mangiare il boccone? Ha un’ora di tempo. E quindi anche se il vicino di scrivania fa schifo, anche se ha un pullover che grida vendetta o ha un alito da guerre puniche, ci si va lo stesso. Se poi lui si sporge sul tavolo provolando da provolone, nel terzo caso di prima, si può anche morire e bisogna fare in fretta che mangi qualcosa. Gli aliti da banche o da uffici sono una delle più grandi calamità naturali della pausa pranzo. C’è chi ovvia uscendo dall’ufficio e versandosi in bocca un tubetto intero di Tic Tac alla menta. Ma dopo gli va via completamente la fame perché gli viene una nausea terrificante. Gli amori della pausa pranzo vengono poi suggellati di solito in ascensore (“ci siamo sbagliati, abbiamo premuto l’ultimo piano e poi lassù si è bloccato”), o nel ripostiglio dove c’è da cercare una pratica in archivio o a volte nei bagni, ma lì è rischioso perchè c’è un traffico da ora di punta. La pausa pranzo viene comunque usata a mo’ di intorto solo dagli impiegati. Il direttore no. Il direttore con la segretaria usa la “pausa ginocchia” (nel senso “si sieda un attimo qui”) o la “pausa upground o underground” (che vuol dire poi sopra o sotto la scrivania). Quello della pausa pranzo è comunque un club. Chi dice: “Faccio un salto a casa a mangiare” è out. E di lui poi, in quella pausa, si parlerà moltissimo.

One Response to La pausa pranzo, gran teatro dell’inciucio

  1. angela Rispondi

    4 marzo 2013 at 16:02

    Alla fine a me capitava che non sapevo neppure ciò che avevo mangiato. Ho un bel ricordo comunque

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