La stangata del conto a sussurro: “Per te sono 150…”

rsz_conto_salatoSuccede. Quando vai a mangiare in un posto dove sei già stato diverse volte e conosci il ristoratore. Non sei un suo amico eh, sia chiaro, ma diciamo che c’è un filo di confidenza in più del normale. “Chiediamo il conto?”. “Sì, vado alla cassa poi vi dico”. Ti dirigi alla cassa perché alla cassa c’è lui e così magari ti fa bene; se lo chiedi al cameriere, sai mai che il conto poi lo faccia un altro e così sfumerebbe quel vantaggino possibile, dovuto appunto alla “familiarità” con la gestione. Il ristoratore, alla richiesta, si mette gli occhiali sul naso e comincia a digitare prendendo spunto da un foglietto (quello delle ordinazioni), c’è un silenzio importante, lui continua a ticchettare, cresce in pratica una leggera suspance. Poi si sente un “tin”, che evidentemente è il segnale che è venuto un totale, e lui fa un gesto così con la mano, una leggera rotazione, come dire “più o meno”, e ti fa: “Ma dammi un centocinquanta di tutto, dai”. Con l’aria come se il conto fosse tipo duecento e lui per magnanimità, perché ti conosce, perché sei suo amico, ti ha fatto benissimo. A quel tono dici per forza: “Ah grazie…”, d’istinto, tiri fuori un centocinquanta e glielo dai. Due sorrisoni di intesa e torni al tavolo. “Quanto hai speso?”, ti chiedono le tre persone che sono con te. “Mi ha fatto centocinquanta di tutto”. Attimo di silenzio durante il quale qualcuno realizza. Poi uno fa: “Soccia!”. E allora lì ti accorgi che forse non ti ha fatto benissimo. “Abbiam mangiato tre primi piatti e basta…alla faccia. Per fortuna che ti conosceva…”, fa un altro. Mentre il terzo, la moglie dell’amico di solito, cala l’asso dicendo: “Poi così, senza ricevuta, niente?”. Lì sprofondi. Il posto-dritta che avevi tanto decantato diventa d’improvviso il covo di una banda di truffatori. “Dammi un centocinquanta di tutto”. Ma si dai, non stiamo a fare le pulci al conto, dammi così e siamo a posto. Si esce dal ristorante valutando e convenendo che il conto giusto sarebbe stato un trentello scarso a testa. Ma questa cosa del sussurro del conto (perché spesso di sussurro si tratta) è molto diffusa. Vedi ristoratori che si guardano attorno come per non essere visti e sentiti e ti sussurrano piano: “Dammi un cinquantino…”. Oppure: “Per te sono settanta, per te eh!”. Qualcuno lo fa anche dopo aver sfilato la distinta del conto dalla macchinetta e averla appallottolata e buttata nel cestino…”ma sì, fai ottanta di tutto”. Sì ma quanto era il conto? Me lo fai vedere? Da quale misteriosa addizione e sottrazione è venuto fuori? Perché l’hai stracciato e buttato via? E’ una prova che ti si può ritorcere contro? C’era scritto 50 magari? Che ne so io?
Quella del conto a sussurro è sempre un grande momento di teatro. Perché c’è quella fantastica mimica del “non dirlo a nessuno” e del “che non ci sentano”. E poi tac ti arriva la stangata fra capo e collo. Molti sono andati via imberlati nel senso di un po’ storti. “Dammi un cento di tutto va”, sdeng! Si va via barcollando ma sorridendo. Perché si ringrazia anche. Certo, sempre. “Vado direttamente da lui che mi fa bene”. Luquè mi fa bene. Ci sono poi le mogli che, all’uscita del posto, estraggono velocissime, con la tecnica ereditata dalle salamandre, la lingua biforcuta e fanno: “Anche te però a voler venire sempre qui…che figura ci facciamo? Sei il solito cretino, non ti va in testa, io te l’avevo detto, non ascolti…”. E la ritraggono di colpo. Tu però sei già mestamente trafitto, sguardo mogio. Borbotti un: “Ma io credevo…”, e ti accosti a un bancomat perché non hai più l’ombra di un euro. Avevi lasciato anche un deca per i camerieri. Ma questo non l’hai detto. Meno male.

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