La tre giorni a casa di Lucio, leggeri come una canzone

casa dilucioMolti hanno parlato della tre giorni a casa di Lucio. E molti anche allineandosi a quello che è un carattere tipico dei bolognesi: “soccia dumaròn con Lucio Dalla”. Come Pupi Avati che è andato ad abitare a Roma perché si è sentito sgradito e una volta mi ha raccontato che la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una signora, con borsa piena di cardi e sedani, che passandogli di fianco, dopo che lui aveva girato una scena al mercato delle erbe, gli ha detto: “Lei è ancora qui che rompe i marroni Pupi Avati?”. Classico. Tipico. La fotografia di una città che vuole sempre mandare via tutti, da Lopez anche se vince a chi fa qualcosa in generale. E nel dna, nel cromosoma. La tre giorni a casa di Lucio invece è stata una cosa bella. Non un andare a guardare in casa di una persona, un curiosare morboso, un invasione da Grande Fratello. Era un visitare una casa bellissima, una specie di museo in diagonale, un posto che Lucio amava fare vedere agli amici. Ed era un ricordarlo, un modo per ricantare le sue canzoni, risentire le sue parole, riraccontarsi con gli amici e con la gente i suoi aneddoti. Una cosa semplice. Semplice ma con delle sorprese, come Arbore, come la Vanoni, come Fio Zanotti, come Villotti, ma ne ho detti solo alcuni perché non posso fare un elenco. Era gente vicina a Lucio. E Lucio guardava dai quadri. In ogni stanza c’era il suo sguardo, da un ritratto, da un quadro, come fosse presente alla riunione. Una cosa bella. Non una cosa da dire “dumaròn”. Con tutti i pregi e i difetti dell’uomo, che poteva piacere o non piacere, che ha fatto delle genialate e delle boiate, come tutti, la tre giorni di visite-spettacoli a cui quelli di Elastica (organizzazione super) mi hanno dato la possibilità di collaborare, è stata una cosa facile, liscia, non invasiva, leggera come una canzone di quelle azzeccate di Lucio. Tutto qua. Poi possiamo dire “dumaròn” a vita. Perchè chi vuole dire “dumaron” lo dice, e buonanotte suonatori. Poi la vita va avanti, nei suoi cunicoli infiniti.

One Response to La tre giorni a casa di Lucio, leggeri come una canzone

  1. Maurizio Marchesini Rispondi

    11 marzo 2015 at 01:19

    Sempre impeccabile, Giorgio. Anche qua una fotografia azzeccata ed illuminata.
    Io non ero tra quei fortunati che sono riusciti ad essere presenti. Ma mi sarebbe piaciuto moltissimo.
    Mi sono visto e rivisto i clip pubblicati. Ho sbirciato i soprammobili, i quadri e tutto quello che se era lì qualcuno gliel’avrà pur messo. E sapere che gliel’ha messo qualcuno che di nome fa (e non “faceva”) Lucio Dalla fa pensare, riflettere e meditare su quanti si fanno scappare il “dumaròn con Lucio Dalla”.
    Che quel che è peggio è che non gli scappa. Ste’ gente qua prima lo pensa poi lo dice. Fà proprio anche quello sforzo lì. Mah!. E invece solo dai clippini, se qualcuno li ha visti lo può confermare, viene da tirare giù il cappello: prima per il Professor Domenico Sputo che grazie a lui è venuto fuori tutto il resto, o molto del resto della musica di Bologna. Poi per i presenti: per un Fio magistrale (solo con armonica e mano sinistra sul pianoforte) ed anche per tutti gli altri, indistintamente, uno per uno, artisti. Riccardo Rossi compreso che parlava di improbabili “Lune”. E poi CurreriPezzoliNannijunior (tutto d’un fiato). Hai detto niente? Mo socmel! Io, in un mio passato remoto artistico-musicale, ho avuto la fortuna di suonare assieme a Ricky Portera. Avevamo entrambi 20 anni o giù di lì. Lui, già bravissimo a 20 anni. Io, 20 anni e basta.
    Ecco, quando la gente ha dello spessore ce l’ha sempre. anche quarant’anni dopo. Un, due, tre e partono con “Grande figlio di puttana”. Esecuzione da Nobel. E nell’aria, sopra a tutti e a tutto, la presenza del grande Maestro Lucio, Maestro di poesia e di musica. Bravi, bravi tutti, esecutori, conduttori e organizzatori compresi. Altroché “dumaròn”.
    La mattina dopo, quando ho visto portare via le fly cases degli strumenti, ho pensato: “Vuoi vedere che portano via anche lui? Si sarà nascosto lì dentro. Sono sicuro, è lì. “Dumaròn” Lucio con questi scherzi. Dai mo’, vieni mo’ fuori che “ce n’è di bisogno”…

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