“Lei deve fare il giro…”, e se dopo poi mi perdo?

E’ una cosa di cui avevamo già avuto vaghe percezioni in passato. Ma oggi è diventata ancora più attuale. Per raggiungere qualsiasi metà, lontana o vicina che sia, bisogna “fare il giro”. La frase che viene pronunciata in questi casi, scolpita ormai nei secoli, è: “No, lei bisogna che faccia il giro…”. Dove il “no” iniziale è importante, perché trattasi di negazione alla quale viene data di conseguenza un’alternativa. Non c’è niente da fare. Rassegnamoci. L’entrata di qualsiasi cosa non è mai lì, frontale, davanti a voi. Figuriamoci adesso, con la città blindata dai lavori in corso, dai cantieri, dai divieti, dalle zone pedonali e dai T-day. “Lei bisogna che faccia il giro ed entri da…”. –Ma scusi. Devo andare lì- (di solito si indica lì davanti, a venti-trenta metri). “Mi dispiace, non si può. Lei deve fare tutto il giro ed entrare da via…(e qui un nome che nessuno ha mai sentito dire tipo Calcavinazzi o Tosapecore o Rotonda dei Caduti nell’Era Paleolitica). Attenzione, accompagnata alla frase, c’è un gesto fondamentale: quello del dito indice, ad arco, sopra la vostra testa, a disegnare un tondo nell’aria, un cerchio che però non si chiude, rimanendo un po’ vago, nel senso che tu andrai poi quasi sicuramente alla deriva di qualche parte della città. Il gesto del dito che indica che bisogna fare il giro è un gesto che viene insegnato anche ai vigili urbani quando fanno il corso di formazione professionale. Fa parte dei segnali manuali, come avanti, stop, circolare eccetera. Si allenano, perché se va fatto, va fatto bene. Ma perché? Perché l’entrata non è mai quella. Non ci becchiamo mai una volta, neanche per caso. Nessuno, a memoria d’uomo è mai riuscito a individuare l’entrata, il varco giusto per accedere o raggiungere una meta. Ognuno ha sempre e comunque dovuto fare un “giro”. Chiamato anche, da quelli più incazzati che si sono ritrovati al punto di partenza, “giro dell’oca. La città praticamente esprime la sua essenza rotonda, di giro fisiologico da fare, anche entrando nelle sempre più frequenti rotonde. Ecco, le rotonde sono l’apoteosi, la sublimazione del fare il giro. Fateci caso. La B di Bologna è rotonda, nella parola Bologna ci sono due o e una g, tutta roba a circonferenza grossa, tutta roba rotonda. Questo basti a capire che siamo fondamentalmente e geneticamente creati per dover fare il giro. “Ah no guardi, l’entrata è dietro…”. “No, non si entra da qui”, “Oggi facciamo entrare da via Guerrazzi, non mi chieda il perché” (e quindi uno fa il giro per un motivo che resterà ignoto). A volte il giro da fare è pazzesco. Esempio: devo andare in via Carracci ,a venti metri da via Ferrarese, ma è senso unico? Bene. Devo andare dritto, prendere via Tiarini a sinistra, cercare indicazioni tangenziale, prendere la direzione Milano, uscire a Modena, fare la via Emilia, prendere i viali, fare via Carracci da via Zanardi e finalmente si arriva. Lievemente scomodo ma si arriva. Il giro è dentro di noi. Una nostra essenza. Ah, non dimentichiamo un particolare importante: il dito deve fare il segno del no, prima di indicare il cerchio. E la chiave è tutta lì, nel dito a tergicristallo che fa no. Il famoso e ormai dilagante “non si può”. Dove la punizione conseguente è appunto il “Lei bisogna che faccia il giro”. C’è gente che ha girato degli anni. Gente che si è persa e che è ancora là che gira. Ma anche gente che si è rotta i marroni e ha dato un cartone in faccia a uno ed è entrata davanti, dall’entrata principale. Nel verbale poi si leggerà: “…si rifiutava di fare il giro che avrebbe dovuto fare…e viene condannato a una pena…”(eccetera). Quindi rassegnamoci. E giriamo tutti assieme attorno a qualcosa. Magari tenendoci anche per mano.

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