Lui perde dei colpi
e la moglie rimedia

“Eeeeh la vciaia, che brot lavurìr!”. La vecchiaia. Dai quaranta in su scatta una lamentela perenne. La frase classica è: “Perdo dei colpi”. Perchè sì, ogni tanto c’è un lampo di suonatura, un colpo di becchisia, un allocchimento, una dimenticanza, un nome che sfugge, uno spaesamento, uno sguardo perso nelle pianure degli Urali. Le tavolate dei sessantenni a volte sono irresistibili: gente che, dopo difficilissime comunicazioni in cui ognuno dice che “deve sentire”, cioè deve chiedere alla moglie, si ritrova per rievocare vecchi fasti, vecchie imprese, vecchie zingarate (un particolare, ogni volta che uno viene messo a sedere fra altri due chissà perché si dice sempre e puntualmente che è “fra i due ladroni”). Di solito è presente una percentuale altissima di gente che non ci sente una mazza e gli altri devono ripetere piàù volte una cosa alzando la voce. Oppure si spalancano vuoti di memoria abissali. Se la tavolata è di uomini i tempi si dilatano a dismisura perchè a nessuno viene mai in mente niente e si vagola nel vuoto ad libitum. Ecco che diventa fondamentale la presenza della moglie. Lei. Che ascolta, sta concentrata, che si ricorda tutto ed è pronta a intervenire per metterci una pezza. Altrimenti succede che gli uomini alla fine si alzano tutti contenti, si salutano e tornando a casa, si chiedono “dove sono pur stato stasera?”. Forse stiamo esagerando, ma così, tanto per sdrammatizzare. E’ che tutti sono lì a dribblare qualsiasi accenno di alzaimerone incombente. Quando ci si rivede a una certa età le frasi sono sempre quelle: “Ti trovo bene”. “Ma stai bene però!” (con quel senso di meraviglia), “Soccia sei sempre uguale!”. “Luquè, sempre uguale”, risponde subito il diretto interessato. Nessuno mai che ti dica: “Però come sei cambiato”, o “Soccia te non stai bene….”. Sempre dei complimenti, per tenersi su, per vivere una meravigliosa illusione. “Ma come fai? Non cambi mai te! Cosa fai, vai a letto in un freezer?”, altra battuta che ricorre fra i disperati degli anta. Ma torniamo alle mogli, grandi suggeritrici di derelitti raccontatori. Qui si inserirebbe il discorso sulla pesantezza ma ci porterebbe lontano, oggi, che la gente è già pesante a ventanni, figuriamoci dopo. Si attaccano pezze infinite su cose assolutamente di nessun interesse.

Un esempio dell’importanza della presenza femminile. Tavolo classico di ultrasessantenni, discorsi che si snodano e rimbalzano, poi uno prende la parola e comincia. La moglie è lì a fianco, pronta. “L’altra sera siamo stati a mangiare in un posto carino, si chiama…”, appena c’è la pausa si sente la moglie che interviene: “Trattoria Stanzani”. E lui riprende: “…è molto carino, avete presente via…via…”, altro blocco, pausa e la moglie pronta: “Mascarella”. Lui continua: “Abbiamo preso l’antipasto e di primo io ho preso, cosa ho preso pure…”. La moglie: “Risotto ai funghi”. Lui: “Ecco sì, risotto ai funghi. Adesso mi hanno detto che i funghi migliori si raccolgono in appennino a…a…”. La moglie con aria ormai scocciata, guardando da un’altra parte. “Monzuno!”. Sembra un “Rischiatutto”, come se lei avesse un pulsante, drin, lo suona e risponde velocemente. La sua cultura generale è altissima. Non si lascia fregare da niente. Neanche se il marito dice: “…e poi quelle erbe di campo sono tipiche della penisola di…di…”. La moglie: “Kamcatka!”. Una scena strepitosa. Di altissimo livello teatrale. Ma anche comico. Il bello è all’uscita, quando tutti si salutano. Lui che fa: “Sapete…adesso andiamo a casa e io vorrei fare quella cosa…come si chiama…quella cosa…”. La moglie scocciata e sbuffando: “Trombare”. “Ecco sì, trombare, grazie Olga, che mi ricordi sempre le cose…”. E lei chiude il tutto con un’affermazione lapidaria, concreta e dolorosa: “Il bello che è che poi non si ricorda più come si fa”. E i due si allontanano girando l’angolo del portico, in un rassegnato sottobraccio generazionale.

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