L’uomo solo d’estate, in un aria postnucleare

Un uomo solo nel deserto di Bologna. Tuffato nell’esperienza postnucleare. E si aggira per la città come uno scampato al disastro. Ma è più bello così poi? Senza gente, senza macchine? Boh. Non sa rispondersi. Il nulla intanto fa un po’ paura. Il silenzio. Il sentirsi soli. L’uomo solo prova a prendere una Mobike, ma si incasina con l’app e il telefonino si impalla. Poi ci riesce e sfreccia felice, cambiandone due o tre per il gusto di cambiare, ma sudando, alla fine, come una bestia sussurrando: “Non son mica tanto leggeri sti bagagli!”. Cerca un bar aperto, finalmente lo trova, ma quando chiede di andare in bagno gli dicono, come in tanti bar, che la toilette è guasta. Lui sa che non è vero, ma sopporta. Intorno piccoli grumi di turisti guardano in alto. L’uomo nota che sono gli unici a guardare in alto, gli altri, i pochi bolognesi sopravvissuti alla catastrofe, camminano guardando chini nello smartphone. Magari stanno guardano un app con le cose belle di Bologna. Meglio vederle così perché dal vivo, senza il filtro dello schermo, sono più brutte. L’uomo prosegue. Si ferma in Piazza Maggiore, ma è troppo assolata. All’ombra non c’è neanche il gruppetto di pensionati da ascoltare di nascosto, ce ne sono solo due che si stanno mandando a far delle pugnette su Salvini o qualcosa del genere. Guarda la piazza, sarebbe un pipilino più bella se non ci fosse quel translatlantico del cinema parcheggiato lì, ma alla sera è molto meglio, quando c’è il film. Unici posti aperti sono quelli che propongono cibo, ogni due metri ce n’è uno, l’uomo decide di non diventare una botte e quindi gira al largo. I turisti invece squittiscono a vedere le mortadelle: “Wow, wow!”. Le viuzze del centro sono deserte, nel quartiere ebraico c’è più frescura, qualche piccolo effluvio di pipì in qualche angolo, ma roba sopportabile, l’Università è chiusa e c’è poco ricambio. L’estate a Bologna è anche terreno fertile per incontri clandestini, le donne sole sono più predisposte alle avventure perché sono sole, gli uomini sono più predisposti perché sono predisposti così sempre e la malattia li accompagna fino alla tomba. Gli incontri sono sempre furtivi e veloci, mansardati e sudati (nel senso che si praticano spesso, chissà perché, in mansarde non coinbentate e quindi in forni impossibili). Chi ne esce, considerando tutto, non è quasi mai felice. L’uomo solo si sente più solo e decide di prendere un gelato ai Giardini. Poca gente, qualche pizzaiolo in pausa che gioca a pallone, poche occasioni di attaccare discorsi. Ci sarebbero le badanti. Le badanti, che di solito vengono da paesi freddi, danno l’impressione di non avere mai caldo. Sono creature resistenti a qualsiasi clima e a qualsiasi nonno o nonna rompimarroni (la pazienza delle badanti è biblica). Bologna attorno a ferragosto è un mondo di badanti, di turisti e di altre persone indefinibili, costretti a star qua per motivi indefinibili. Piuttosto che cercare socializzazioni improbabili meglio godersi gli scorci, le geometrie, le diagonali, il fatto che non c’è niente di frontale a Bologna, ma tutto di sguincio. O “ di giangone”, come dicono gli esperti. Poi, dopo una pizza in una pizzeria disperatamente aperta, si apre la notte in cui Bologna sembra più accogliente. Due o tre ciclisti rassicurano l’uomo, venendo giù contromano per via Castiglione e passando col rosso sui viali che, anche se siamo a ferragosto, non è cambiato nulla. L’uomo tira un sospiro di sollievo e si tuffa nella notte. Il jazz c’è sicuro, infatti lo trova, perché a Bologna è più facile trovare del jazz che una farmacia. Poi, passando nella piazza più bella del mondo che è Piazza Santo Stefano, si accorge che le luci sono cambiate e che i palazzi hanno un altro colore. E’ più freddo, c’è meno fascino. E’ diventata digitale, piazza Santo Stefano. Per risparmiare. Pazienza. Un ultima sosta dalle tombe di piazza della Mercanzia. Una preghierina in ginocchio sui marmi, un segno della croce e via. Viva l’estate.

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