Ma alla fine dei conti è uno schifo, uno schifo…

Due volte su tre. Questa è la media di quando sei al bancone di un esercizio pubblico qualsiasi, bar, negozio, edicola, baracchina di gelati, compreso la fila alla posta, e succede questo: davanti c’è una signora (anche un signore, ma più spesso una signora) che, con faccia rincagnata e disgustata, chiude la chiacchierata con: “…è uno schifo”. Tu sei lì che aspetti e ti sei dovuto sorbire lo sfogo che avviene sempre in quel territorio di mezzo, terribile se ci caschi dentro, compreso fra il pagamento e il momento in cui il soggetto dovrebbe andar via. Di solito non hai sentito l’inizio della discussione, anche perchè probabilmente è due ore prima, ma la parte finale è più o meno così: “…allora sono andata là col modulo, niente, mi hanno fatto ritornare perchè era quello sbagliato, poi ho portato quello giusto, l’impiegato ha guardato e ha detto che non andava bene, ho perso la fila, ho aspettato venti minuti, è toccato di nuovo a me, niente, avevo sbagliato una casella, mi ha detto che dovevo rifare…guardi…è uno schifo”. Alla chiusura “è uno schifo” il soggetto dall’altra parte del banco fa: “”Ah sì sì, allora le dico quel che è successo a mio figlio quando è andato a iscriversi all’università…”. E lì giù col racconto, quasi sempre di nessunissimo interesse, che termina con lo stesso finale: “…è uno schifo”. Qui c’è un tempo sospeso in cui tutti e due i soggetti scuotono la testa. Può essere un tempo infinito. Quasi un fermo immagine o uno di quei momenti in cui il frame di una pellicola si incanta. Se sei dietro a una scena così sei finito. Fai tardi a qualsiasi appuntamento, ti può saltare una mattina intera. Sei alla deriva della vita. Ma il “…è uno schifo” è dilagante e va oltre. Viene usato alla chiusura di qualsiasi discorso su:

1- Il costo di qualsiasi oggetto. 2- La richiesta di un artigiano per un lavoro da fare a casa. 3- Il conto di un ristorante (con snocciolato tutto il menù che può venire notte perchè il “Indovini quanto abbiam speso…”, può durare come Ben Hur). 4- La situazione politica. 5- Uno scandalo qualsiasi che riguardi personaggi pubblici, anche perchè degli scandali di gente sconosciuta non frega una mazza a nessuno. 6- Il numero di sportelli aperti in banca o alla posta. 7- Una qualsiasi multa (peraltro sempre sacrosanta e meritatissima). 8- La pipì negli angoli. 9- I graffiti. 10- Gli studenti che vengono da giù (in generale). 11- I tassi delle banche. 12- Guaraldi (ormai va bene per qualsiasi cosa). 13- Il meteo. 14- La durata dei lavori in corso.

E i temi non sono ancora tutti. “E’ uno schifo” è lo sport più popolare e praticato a Bologna. A volte per rafforzare la frase viene detta tre volte: “Guardi…è uno schifo, uno schifo, uno schifo”. E la cosa bella è che nessuno obietta, nessuno dice: “Ma non è vero, non è così…dai”. Tutti annuiscono e sono d’accordo che è tutto un clamoroso, pazzesco, fatasmagorico, inevitabile “Schifo”. Il bolognese per la verità ha sempre scosso la testa nei secoli per indole, per il suo atomico pessimismo. Ma adesso sta esagerando. E adesso in centro si vede in continuazione della gente che scuote la testa in qua e in là che a momenti ti viene il mal di mare. I turisti ci guardano con aria interrogativa. Forse pensando a un Parkinson generale, di cui, quando hanno letto delle nostre caratteristiche, non erano stati informati.

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