Ma chi è che sa fare
il passettino da regalo?

natale_sbirri5Se vedete una tavolata, con gente abbastanza elegante e in un angolo, in terra, lì accanto, dei sacchettoni da cui spuntano pacchi e pacchetti con carte colorate, allora quella è una cena degli auguri di Natale. Cena dell’ufficio, della compagnia, dell’azienda che dir si voglia. E’ stata programmata forse già a settembre e qualcuno aveva già prenotato perché non si sa mai, così siam sicuri. Le cene di Natale sono fantastiche. Arriva gente in ghingheri e tutti si guardano stralunati perché vestiti così, in ufficio, non si era mai visto né tizio nè caio. Sembra che si incontrino tutti lì per la prima volta. Il vicino di scrivania, di solito in maglione fisso, è in giacca e cravatta (“soccia ma dove vai? A Buchingham Palace?”, è la battuta ricorrente). La segretaria, sempre in tajlleurs, stavolta è in maglione da sci (“Stai bene anche così casual però…”, è la battuta). Si stravolgono gerarchie. L’inizio della cena di auguri è caratterizzato da eccitazioni tracimanti. Le donne sono quelle che stivano i regali e arrivano con sacconi enormi, facendo però finta di niente. C’è sempre, nella casistica, uno che non è venuto perchè ha la febbre e una che non è venuta perché ha problemi con la madre anziana che è caduta. E il ristoratore corregge, sbuffando (sottotitolo “dumaròn!”), il tavolo, già prenotato, per un altro numero di posti. Le voci sono alte e si sovrappongono tutti, boati di riso, sfottò, ricordi di antiche gaffes, le donne raccontano sempre una cosa apocalittica che gli è capitata, seguono scrosci di risate a decibell che l’Harpa fallisce perché non è in grado di quantificarli. Gli uomini intanto parlano di una prenotazione di un campo da calcetto, di Donadoni che è troppo triste, di una multa presa in Stalingrado perché andavano a 56 all’ora, di Renzi così a cavolo, di via Petroni, dei ciclisti contromano e di una nuova app del telefonino che conta le caccole che uno ha in un anno (“Che figataaaa!”, è il commento). Poi si mangia. Due sparlatine sul direttore quando non c’è. E invece, quando c’è, ruffianate pazzesche, risate di gusto alla prima boiata che dice, cenni di assenso della testa quando parla, insomma, tutti d’accordo con lui anche si dice delle cagate pazzesche.

Finito di mangiare (di solito è un menù concordato prima perché non ci siano pippe di uno che dice: “Ma io ho mangiato solo un primo!”, o “Ma io ho preso solo un’insalata!”), ecco il momento dei pacchettini. I regali per i colleghi hanno quasi tutti caratteristiche simili. Ultimamente vanno molto le cover per i telefonini. “Che carina!”, “Che carina!”, ma c’è sempre uno che ha l’Iphone 6 e invece la cover va bene per il Plus. “No, va bè, che problema c’è, la cambio”. “Va bene, ma io l’ho comprata a Baricella, devi andare là”. Quello del regalo dice che non c’è problema, ma dentro di se scanchera all’inverosimile. I regali vengono portati di solito dalle donne che nell’occasione fanno scattare il passettino da regalo: prima vanno a prendere il regalo nel mucchio con passo normale, leggono il bigliettino poi iniziano il giro del tavolo per portarlo al destinatario in punta di piedi, a mò di pantera rosa, col sorrisone, e con la difficoltà che provocano i tacchi e quindi sbandando paurosamente e slogandosi quasi sempre una caviglia. Vanno molto i libri, accompagnati dalla frase “E’ bellissimo quello”, con uno di fianco che dice: “E’ vero, anch’io l’ho letto, stupendo! (ma è d’accordo). Alla fine della cena scatta il tourbillon di selfie (una ha portato il bacchetto), ma già tutta la cena era stata sapientemente fotografata, compreso il dettaglio dei piatti perché, come ormai è noto, da due anni a questa parte circa, nessuno, quando gli arriva sotto al naso un piatto, può resistere dalla tentazione di fotografarlo e di metterlo subito su Istagram e su Facebook. Poi si va via. Auguri, auguri! E domattina, in ufficio, si riodiano tutti. Come prima.

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