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Ma cosa succede di preciso
quando “impazzisce” il web?

Quando si parla di una cosa virale si rimane male. Si pensa a un’infezione. A un virus, a qualcosa di brutto. Ti vedi uno che corre in bagno coi pantaloni abbassati. Che beve dei brodini caldi. Che va a comprare un Dissenten. Una volta l’infezione virale dei bambini faceva preoccupare i genitori. Una malattia, in pratica, una delle tante dell’infanzia. Fa un po’ senso “Il virale”. Bene. Siccome ci siamo gravemente ammalati tutti in questi anni, adesso quando una cosa è “virale” significa che è una cosa super, una cosa fantastica, di cui nessuno può fare a meno, una “figata” come dicono a Oxford. Qualsiasi stronzata uno metta sui social, che sia Facebook, Istagram o Twitter, siccome la vanno subito a vedere tutti e tutti se la fanno vedere agli angoli delle strade o ovunque capiti (adesso se non fai vedere almeno un “videino”, di quelli con la risatina annessa, sei un babbeo), quella cosa si dice che diventa “virale”. Il video dell’uomo che lotta con uno squalo poi muore dilaniato per esempio diventa virale in due secondi. Il bambino che fa la cacca su un tetto di New York, in bilico nel vuoto, e saluta la mamma con la manina diventa virale. Uno che in tv manda affan…qualcun altro diventa di colpo virale. Cioè vuol dire che quel video lo guardano improvvisamente tutti e tutti se lo mostrano freneticamente l’un l’altro, con il contorno delle risatine. Attenzione però: deve essere per forza una roba grossa, eclatante, straordinaria. Sennò non è virale, e se non è virale non va di moda e finisce nel nulla. Oggi o sei virale, o puoi startene a casa. Mentre, di pari passo, alla bocciofila della Bolognina, se un anziano deve andare in bagno ogni due secondi, a suo modo è virale. Ma nessuno naturalmente fa a gara per vederlo o per pubblicare la scena su Facebook e girarla agli amici. Anche perché non sarebbe neanche un gran chè. Tutto ciò insomma che si dilata a macchia d’olio, come una bovazza, è inesorabilmente “virale”. Poi, per ironia della sorte, diventa virale anche il video di Sgarbi che si fa riprendere quando è seduto sul gabinetto. Anche perché lì è proprio virale, nel senso profondo del termine.

Poi dicono un’altra cosa oggi, quando c’è una cosa che balza all’attenzione di tutti: “Ha fatto impazzire il web”. E’ un modo di dire che va di gran moda. “E chi èl sto web?”, dice sempre quello della bocciofila. “Me a nal cgnòss brìsa al web”. Molti associano il web a quel suono quando ti viene su quel ruttino interno, dopo aver mangiato qualcosa di pesante e stai digerendo: Uno fa “web…”, tirando in dentro l’aria con la bocca. Ma il web invece è un’entità astratta. Per dire mondo, per dire tutti o tutto. Basta che appaia un video di un cagnolino scodinzolante davanti alla porta di un padrone che è via da sei mesi, e subito si legge: “Ecco il video che ha commosso il web”. Quindi questo web ha dei sentimenti. Forse è un tenerone, perché si commuove e piange spessissimo. Oppure anche: foto di un bambino caduto in guerra con i soldati attorno (chissà poi perché c’è il gusto di far girare delle foto così) che subito: “Ecco la foto che ha fatto piangere il web”. E te lo vedi là, sto poveraccio del web, che dopo aver fatto un ruttino, e cioè il suo suono, scoppia a piangere che vien voglia di andarlo a consolare.

Il web però, abbiamo visto, impazzisce anche molto facilmente (“Ecco la foto che ha fatto impazzire web”). Ebbene sì, è uno che fa ruttini, che gli vien sempre su qualcosa e che ogni tanto diventa matto per una foto o per un video. Forse sto web ha bisogno di farsi vedere. Ma da uno bravo. O forse ne abbiamo bisogno noi? Boh.

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