Ma di cosa parlano le coppie a cena?

Le coppie a cena. Quelle di una certa età. La cenetta a quattro o a sei è un classico perchè, a un certo punto della vita, inesorabilmente, si scivola verso quello che diventa il problema numero uno e cioè il mangiare. Il resto, viaggi, escursioni, balli, burrachi, è assolutamente marginale. Il mangiare è il punto centrale. E a tavola i discorsi che si fanno sono una costante ripetiviva. Nel senso che le coppie di una certa età non si ricordano più una minchia e si riraccontano cose che si sono raccontate due cene fa. Si parte quasi sempre, con strazianti nostalgie, dalle cose che non ci sono più, tipo il ghiacciolo che una volta si chiamava Cof, poi si passa alla pizza di Altero con qualcuno che descrive sempre la sbrodola calda che finiva in fondo al cartoccio e che ti ustionava il palato (la pizza di Altero c’è ancora ma se ne parla come di una cosa degli anni 60 perchè nessuno di queli che stanno parlando la mangia più). Si passa attraverso la mozzarella in carrozza di Lazzarini e all’interno del racconto c’è sempre un lui che non si ricorda più il nome del posto e la moglie, a fianco, prontamente suggerisce. Quindi si va sui Caroselli, quelli dove c’erano le scenette che duravano mezzora. Allora “El Merendero”, “Capitano lo possiamo torturare”, “Carmencita sei giù à mia chiudi il gas e vieni via”, “Olivella sposina novella”, e si accennano anche, cantando, i motivi. Questi sono picchi di felicità in quelle cene perchè quelli che fanno vedere di ricordare le battute e le musiche si sentono rassicurati sul futuro. Soccia qui, soccia là e si sgranano citazioni di trasmissioni televisive come “Chissà chi lo sa” dove: “Porc..come si chiamava pure il conduttore…”, sguardi vaganti nel vuoto, qualcuno assicura di averlo sulla punta della lingua, arriva quasi sempre la battuta, vedendo che quel qualcuno non si ricorda, che è: “E ste tr’ann l’è pìz” (e quest‘altr’anno è peggio). Poi un boato: “Febo Conti!”. Esatto, esatto, e tutti annuiscono. Viene ricordato quasi sempre il dottor Inardi del Rischiatutto che era di Bologna e che sapeva tutto. Scattano gli indovinelli: “E chi è che si ricorda qual’era la sigla della Nonna del Corsaro Nero?”. Qualcuno la accenna. Poi tutti si chiedono chi era la Nonna del Corsaro nero e lì scatta il classico “Dai guarda!”, dice la moglie, col marito che inizia a sdidazzare sul telefonino, su Gugol, per cercare il nome. Si usa molto il cellulare anche per gli anni. “Quanti anni avrà adesso Dorelli?” Tic tic, i ditini viaggiano veloci fino al responso. A cui segue il classico: “Peeeerò!”. Perchè col tempo che passa si perde il conto dell’età. Poi si va di personaggi e qui comincia la serie “cimiteriale” dei ricordi. Dove sarà finito tizio? Ah, è morto. Dove sarà finito Caio? E’ morto o e vivo? Guardaci! Su questo argomento ci sono veri e propri professionisti. Gente che su ogni discussione riguardo un qualcuno ci piazzano dentro un morto. Tipo: “Ah sì, Antonio, adesso ha cambiato lavoro, ha due figli, prima era in una ditta dove è morto il titolare. Adesso ha cambiato ed è morto anche il socio del titolare di adesso”. In una cena c’è gente che in una serata è capace di far fuori una ventina di persone e di farne star male altrettante (“ahi sì Gianni, è un po’ che non lo vedo…mi han detto che non sta molto bene…” e fanno la faccia contrita, molto sera). Si passa a sfighe di vario genere, dove uno stava bene, poi è scivolato mentre imbottigliava il vino in cantina, l’hanno portato all’ospedale, dove gli hanno scoperto un’ernia inguinale e da lì ha preso un batterio che è stato in fin di vita e adesso si sta riprendendosi ma molto lentamente. Si annoverano malattie stranissime che nessuno ha mai avuto (“pensa, nel mondo ci sono solo quattro casi come il suo!”). Si chiude la cena che le coppie si salutano, dopo le ultime due sfighe dette lì in piedi davanti al ristorante. Ognuna, andandosene, commenta così: “Però, hai visto come è invecchiato lui?”. “Soccia!”.

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