La grande calamità dei saggi di tutto

Durante l’anno Bologna pullula di corsi. Dai più astrusi ai più alla moda, dai più ricercati ai più demenziali. E puntualmente, a fine anno, ogni corso propone il suo saggio. In palestre roventi per il primo sole, in spazi ricavati da ex garage, in cantine, in teatri che tirano a far due soldi coi saggi e capiscono in fretta che si guadagna di più che a fare degli spettacoli, in orribili sale di quartiere, va in scena lo psicodramma del saggio. Dove ci sono babbi fieri con Iphone al vento per scattare foto da mettere su Feizbuk, mamme cammuffate da sarte dell’ultimo minuto, maestre affrante e stremate, nonne rimbambite imbottite di profumi pazzeschi che si mescolano tragicamente ai sudori emozionati dei pargoli. Il saggio mette a dura prova. Si entra animati da brillanti propositi e aspettative e si esce come dei rottami, sempre che si esca vivi perché durano di media dalle 4 alle 5 ore sfidando le barriere umane di sopportazione. Alla fine di solito sono tutti molto contenti. Ma non del saggio, del fatto che sia finito.

Ci sono saggi di danza, di musica, di ginnastica artistica, di acrobatica, di teatro, di canto e fin qui ci siamo. Ma girando per le strade del centro ci si imbatte in volantini inquietanti.

Saggi di salsa cubana, di salsa piccante, di salsa brusacùl, saggi di flamengo chinato, di flamengo islandese, saggi di scrittura creativa, di creatura scrittiva, di cucito, di vongole, di bronze e di origami. Ogni cosa che uno ha fatto durante l’anno sfocia in un saggio che c’è adesso. Quelli di danza sono i più gettonati, ma attenzione al saggio di danza orientale, di danza afrocubana, di danza indiana, di danza del ventre, di danza delle ascelle, di danza delle ginocchia, di danza del pancreas e di danza dei marroni (questo è un tipo di saggio molto curioso dove una serie di marroni assumono con il protrarsi della manifestazione dimensioni gigantesche per poi alzarsi in volo in maniera molto spettacolare su Bologna, e il fenomeno è detto anche “Festival delle Marronfiere”).

Poi ci sono i vari saggi di canto. Canto normale, canto musical, canto rock, canto jazz, canto dei fruttivendoli della Papuasia, canto del cigno, canto da cani (il saggio del canto da cani è poi un sottotitolo che si trova in diversi saggi di canto di qualsiasi disciplina).

C’è il saggio di karate, di judo, di vari tipi di lotte orientali che arrivano all’improvviso non si sa da dove e c’è subito un corso. “Vieni Luisa sabato che c’è Luca che fa il saggio di Karcacudo”. “E che cos’è”, chiede l’amica. “Ma come, non lo sai? E’ un tipi di lotta armena che facevano i militari nel medioevo che si faceva solo con i mignoli delle mani e dei piedi. E’ bellissima credimi, molto affascinante, per i bambini è molto importante perché assumono il pieno autocontrollo dei mignoli, molto utile ”. L’amica allora ci va e si iscrive anche lei l’anno dopo, mentre l’ex giostraio Bigazzi che non aveva più un euro e che si era reinventato guru di Karcacudo, col nome di Gran Maestro Bigus Azzus, in un angolo, con la moglie Clelia (chiamata Maestra Clelioska Culova) contano i soldi e forse sto mese ce la fanno.

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