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Ma perchè tutta sta gente
si toglie le ciabatte?

ciabatteUna tavolo di un bar, o di un ristorante. Quattro o cinque persone sedute, caldo cane, estate torrida, magliette incollate, fronti madide. E sotto al tavolo, otto o dieci piedi senza ciabatte. O meglio, le ciabatte ci sono, sono lì, sparse a terra, scombinate e tristi. Perché la gente esce in ciabatte per poi togliersele? Sotto i tavoli è pieno di piedi che giochicchiano con ciabatte desolate e affrante. Ma non solo le ciabatte vengono tolte. Anche le scarpe spesso. E le scarpe restano là, sotto i tavoli, col loro urlo sformato di protesta, come una bocca spalancata dalla disperazione. E’ sempre più il tempo della ciabatta. Ormai la si mette anche in città. Per essere tolta. Anche mentre si è in piedi, quando non si cammina e si chiacchiera, zac, la gente se la sfila e si gratta la caviglia col piede. O ci giochicchia. Una volta questa pratica si svolgeva prevalentemente al mare. Adesso la ciabatta regna in città. Esteticamente il mondo della ciabatta è un mondo difficile. Ignorato totalmente dai Beni Culturali. Si cura l’estetica di un gazebo o di un colore per proteggere la città e si sopporta, ignorandolo, l’uso sfrenato di sandali che negli anni sessanta, quando li vedevamo ai piedi ai tedeschi, dicevamo: “Eeeeeh, ban, ban, ban, mo guèrda! Cum as fa a mèttar chi bagai?”. Adesso vanno di moda. Sono fighizzimi, dicono quelli che parlano con la ezze. cioè una categoria ben precisa di persone. La categoria dei produttori di aloni. In quel tipo di scarpa estiva infatti, definita comodizzima e bellizzima, si crea un alone scuro, tremendo, un’anticipazione dell’inferno, uno sprofondo sinistro, una cosa che insomma non dà quel senso di pulito che sarebbe logico e naturale, di conseguenza al fatto che che facciamo molte docce perché è caldo e ci deodoriamo come delle puttanone del Trebbo. Vanno di moda. E se vanno di moda diventano subito “bellizzime”. Ma sì, togliamocele in continuazione và, sennò come sarebbe possibile ammirare i chiaroscuri, le sapide e suggestive sensazioni di quell’alone scuro, quella forma di piede, quella inquietante “sindone dei poveri”? Così lasciamo un’impronta nella vita. In tutti i sensi. E il pensionato della piazza, quasi sempre dotato di calzino o, al limite, di vecchio sandalone da comunista sano, al passaggio di quei ciabattoni scuote la testa e dice: “Mo cuss’eni chi bagai?”. E il collega risponde: “I han da èsar i sandali bio chi van ed mòda adèss”.

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