Ma poi tanto alla fine c’è l’ananas che sgrassa…

“A me piccolo”. “A me poco mi raccomando…”. Il pudore del mangiare troppo ci attanaglia. Quando arriva qualcosa che potrebbe far male uno subito si affanna a dire “piccolo”, “mezza porzione”, “un assaggio”. Naturalmente il ristoratore quello che hai ordinato te lo serve normale (quasi sempre) e uno di solito mangia senza fare una piega. –Vuole un gelato?-. “Sì ma a me piccolo. Una pallina sola…”. Come se con due palline uno ingrassi. Il pentimento, con una pallina, è più sensibile. Due palline mi fanno male, una no. “Una mezza”, quando si parla di porzioni. Intera è il diavolo, con una mezza limiti i danni. Sarà vero? Un altro alibi fantastico è il: “Lo mettiamo in mezzo”. “Ma sì, dai lo mettiamo lì in mezzo poi vediamo”. E’ una cosa che si vorrebbe ordinare ma il senso di colpa si gonfia come un tacchino e allora il fatto di ordinarla “da mettere in mezzo” allevia la contrizione. Se è “in mezzo” ti puoi strafogare senza averne colpa insomma. E uno è come avesse già detto i tre pater-ave-gloria ed è a posto. Infatti quando la suddetta cosa arriva lì in mezzo si brandiscono forchette verso il centro del tavolo con espressioni assatanate. “Non l’ho presa micca io”. “E’ di tutti” (col cavolo di tutti, ognuno controlla l’altro con sospetto come in una guerra fredda Usa-Urss degli anni 50). Poi c’è la frase che prima o poi arriva: “Portatemi via da qui davanti questo piatto di patatine per favore sennò le mangio tutte…”. Ci vuole quindi il salvatore, l’angelo della vendetta, quello in grado di compiere il gesto estremo, dittatoriale. Non mi indurre in tentazione, amen. Un altro classico è quando si vanno a mangiare le crescentine. “Quante ne faccio?”, dice il cameriere. La risposta è quasi sempre: “Ah non so…io ne mangio una, fate voi…”. Il cameriere, o proprietario che dir si voglia, siccome è uomo che la sa lunga, fa un calcolo: “Allora sono in sette…ne faccio quattro a testa”. Dopo poco arriva in tavola la montagna di crescentine che viene spolverata in un secondo e così, a seguire, arriva il secondo giro. Qualcuno ricorda la dichiarazione precedente: “Io ne mangio una…”. Ahahaha. Seh soccmel una! Quelli che dicono “ne mangio una”, inesorabilmente, quatti quatti, come dei marines, strisciando sul fondo e sfuggendo al controllo delle telecamere (la moglie di solito), sono quelli che ne divorano minimo cinque o sei per poi far scattare, a fine pasto, un meccanismo fantastico, ad altissimi livelli di comicità. Questo. “Volete il dolce? Abbiamo Tirami su, Mascarpone, Panna cotta”, eccetera, dice il cameriere. Risposta: “No per carità, io sto leggero. Prenderei una fetta di ananas. Ce l’avete l’ananas?”. E tutti contenti mangiano la fetta d’ananas, dicendo con la faccia compiaciuta e sorridente che “sgrassa”. L’ananas “sgrassa”. Ma cosa vuoi che sgrassi che ti sei fatto otto crescentine col lardo, il pesto, i ciccioli, il salame eccetera? Cosa vuoi che ti sgrassi? Si è sparsa la voce negli ultimi anni che l’ananas brucia i grassi. E allora ci tuffiamo nell’ananas e buonanotte suonatore. Salvo poi incontrare un giorno uno che dice: “Che non è poi micca vero che brucia i grassi”. Ed elenca una serie di articoli o pareri di soloni dell’alimentazione che dicono così. E te rimani li come uno staccafisso, con lo sguardo perso nelle pianure degli Urali con una convinzione crollata. Ma la fetta d’ananas è il refugium peccatorum, l’alibi per lo spirito e per il fegato, la penitenza che ti fa andare a casa contento. “Ho un po’ esagerato con il cibo, ma alla fine ho preso l’ananas”. Col risultato poi di alzarsi a bere tutta la notte. Mentre l’ananas, intanto, nei meandri del tuo stomaco, è là che sgrassa. Lascia pure che sgrassi.

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