Ma qualcuno sa cos’è poi
il famoso luogo-non luogo?

37x50golcondaImpera una moda che sta pian piano portandoci a uno stato di confusione da cui forse non ci potremo mai più riprendere. Si sentono discorsi tipo: “Abbiamo voluto creare questo progetto in un contenitore molto particolare…per farlo diventare un luogo-non luogo…”. Il termine “luogo non luogo” viene pronunciato ormai spessissimo. Ma il commento che viene spontaneo è: “Sì, va bene, però deciditi. E’ un luogo o non è un luogo? E nel caso, dov’è e cos’è?”. L’affermazione-negazione è di grande tendenza (funziona molto nelle conferenze stampa). Prima ti dicono una cosa, poi il contrario e tu vaghi immediatamente nelle pianure della Russia, quando c’è la nebbia, senza cartina. Però si fa finta di aver capito. E quando uno spara il suo “luogo-non luogo”, tutti fanno di sì con la testa, come i cagnolini di pezza nei lunotti delle macchine negli anni sessanta. Cioè, si fa finta di apprezzare molto. Così il senso del vago in cui vieni catapultato diventa affascinante. “Mi sono costruito una casa-non casa”. Ah bello! Sì ma dove stai? In una casa o in un altro posto? Diciamo subito che questo modo di esprimersi è di livello alto, in orbita culturale. Difficile che voi possiate sentire, in un officina in Santa Viola, il meccanico che dice: “Le ho montato un carburatore-non carburatore”. Oppure: “La sua macchina ha bisogno di un cambio di candele, ma io ho pensato di mettere delle candele-non candele”. O è anche molto difficile, andando proprio terra terra, che un uomo in cerca di avventure sessuali, si fermi a caricare una ragazza sullo stradone dicendole: “Se vuoi salire…intanto ti premetto che…mi sarei immaginato una trombata-non trombata…”. La ragazza non capirebbe. Ma non è facile. C’è poi molto diffuso anche questo senso del: “Noi ci siamo immaginati…”, che ti porta ancora più fuori se devi capire. Se uno “si immagina” di creare un “luogo-non luogo” siamo al cospetto di qualcosa di abbastanza serio. Per carità, uno è libero di immaginarsi qualsiasi cosa, ma quando si cerca una concretezza forse bisognerebbe andare sul verbo essere”. Una cosa “è”. O “non è”. Tutt’al più “sembra”, ma non può essere e non essere allo stesso tempo. Invece si preferisce stare molto vaghi.

Di questo passo, percorrendo i sentieri delle vaghezze superculturali, sentiremo parlare presto di “Tagliatelle-non tagliatelle” da uno chef che al posto delle tagliatelle ti porta, che ne so, dei maccheroni (cioè non delle tagliatelle). Sentiremo parlare da un regista di uno “spettacolo-non spettacolo”, creato apposta per spiazzare il pubblico che va a teatro e poi non c’è niente. E tutti annuiranno comunque con la testa, in ampi cenni di assenso. Un mio amico l’altro giorno mi ha raccontato di aver organizzato un viaggio-non viaggio e alla fine è stato a casa. Bello no? Arriveranno presto i i film-non film, i parcheggi-non parcheggi, i ristoranti-non ristoranti, i weekend-non week end, le allergie-non allergie, gli allenatori-non allenatori, i simpatici-non simpatici, i libri-non libri, le sfumature-non sfumature, le incazzature-non incazzature, le caccole-non caccole, le bronze-non bronze. Affermeremo tutto, negandolo. E viceversa, perché potremo anche tranquillamente dire “Mi sono inventato un ‘non luogo-luogo’” e avremo la stessa reazione di teste che annuiranno, convinte di aver capito il concetto. A questo punto dobbiamo fare una confessione. Siamo ignoranti. Ebbene sì. Non ci capiamo niente. Dichiariamo la nostra inferiorità di fronte a questo livello troppo alto di eloquio e di pensiero. Ci affascina sì, ma non lo afferiamo. Chiediamo di non confonderci le idee, se è possibile. Di dire le cose come stanno. E non come sono-non sono. Può darsi che così, piano piano, ci arriveremo anche noi a capire. Firmato: un “meccanico-non meccanico” di Santa Viola.

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