“Ma quella pasta è vegana? E il cannolo di dov’è?”

rsz_pasticceriaC’è una specie di cappa elettromagnetica, una malefica aurea di ioni contrari, una speciale influenza radioattiva che avvolge le pasticcerie. Il fenomeno è questo: almeno una volta su due, quando siete in fila e aspettate di ordinare una pasta o una brioches per la colazione (o anche per pagare semplicemente un caffè perché la cassa è lì e la commessa o commesso, sono gli stessi) davanti a voi c’è sempre un soggetto ben preciso. Di solito è una signora, leggermente leopardata, se non altro nella stola del cappotto, permanente fresca, borsa firmata o similare. Ma può essere anche un signore (più difficile però). Cosa fa questo soggetto? Fa partire l’ordinazione di un cabaret di paste di dimensioni spaziali. Eppure sono sempre più rare le persone che si presentano a casa di qualcun altro, o a una cena, col cabaret di paste. Diciamo che nel tempo, si sono molto diradate. Però ce ne sono ancora. E sono precisamente in pasticceria davanti a voi. Che avete un appuntamento, siete già in lieve ritardo o avete la macchina sotto multa o messa malissimo. La commessa prepara il vassoio. “Non quello lì. Non ce l’ha più grande?”, fa la signora. “Certo”, risponde la commessa, che però non ce l’ha lì e sparisce nel retro per andare a prenderlo. E da quel momento sei in salita. La commessa torna e prepara il vassoio e qui comincia una delle dimostrazioni di indecisione più colossali che abbia vissuto il pianeta terra. “Quelle cosa sono? Ah, marmellata…ma che tipo di marmellata? Mmmm…beh, me ne metta due…anzi no ne metta quattro… no, facciamo così: ne metta due di quelle con la marmellata e due con la ciliegia…”. La commessa, agita la pinza come un rabdomante, mette e toglie, toglie e mette. La composizione del vassoio, allo scoccare dei cinque minuti, è solo di quattro paste. Bisogna arrivare a sedici. Siamo in tarda mattinata ma fuori rabbuia già. La signora ha il ditino sulle labbra nella posizione classica di chi sta vezzosamente scegliendo. Sussurra anche un: “Dunque, dunque…”, che scatena anche nell’uomo più buono, in coda lì dietro, istinti da Gestapo. L’omicidio è a due passi e per chi lo sta commettendo non è punibile. Perché giustificatissimo, diciamo legittima difesa per capirci. La signora chiede se in quelle paste là in fondo (ma perché quella pasticceria ne ha messe in mostra così tante?) sono al cioccolato al latte o fondente. La commessa non lo sa e dice: “Un momento”. Ma come “un momento”? E lo va a chiedere al pasticcere che è nel retro ma in quel momento non c’è, perché ha fatto un salto veloce in farmacia. E’ il dramma. La questione cioccolato rimane in stand-by. “Quelle sono alla frutta?”, chiede la signora indicando una fila di paste sormontate da ciliegie, kiwi, frutti della passione e fragole. Ebbene sì, lei ha chiesto se sono alla frutta. A quelli già in fila (dietro nel frattempo è arrivata altra gente che ha avuto l’immane fortuna di venire a prendere il caffè, solo il caffè, proprio in quel momento) cadono le braccia e altre parti del corpo irripetibili, ma sospettabili. Dopo alcune domande sul fatto se una pasta è vegana o meno o se la crema è fatta con le uova a chilometro sta minchia, il vassoio prende forma. Finalmente è finita. No. La signora fa sostituire un cannolo con un cannolo uguale, così per rompere i marroni perché, pur riflettendoci su profondamente, non se ne vede altro motivo. A questo punto la commessa deve fare il pacchetto. Buonanotte. Il cabaret di pasta è come un pacco regalo di Natale, con carta fru fru, cordini e fiocchetti e ci vuole un’altra mezzora, anche perché il problema è quell’impalcatura a strisce di cartoncino che deve tenere alta la carta, sennò si impaciacca tutto. Siamo al momento del conto. La signora paga. Ma qui tralasciamo, per pietà e decenza, quello che avviene sui resti, sul “le do i 5, no io le do 2 euro”, eccetera… Meglio va.

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