“Mo chi el lu lè?”. E la cena di classe si trasforma in un dramma

Un’idea mortale per le feste. Organizzare una cena con i vecchi compagni del liceo, delle medie, o addirittura, questo per i più arditi, delle elementari. Fra le cene aziendali e di ufficio nelle feste c’è anche quel rischio lì. Che a qualcuno venga in mente di radunare gente che non si vede da quarantanni. E succede. Eccome. Sono esperienze da cui difficilmente ci si riprende. Prima c’è il giro di telefonate o le ricerche su Facebook, dove compaiono foto di gente che ha lo stesso nome del compagno di scuola (ed è lui) ma nella foto del profilo è un’altra persona. “E chi èl lu lè?”, è il commento, di solito. Poi c’è l’appuntamento. Viene scelta di solito una trattoria dove si paga poco che è a San Culo, e cioè in una località sconosciuta, oltre l’aeroporto, o oltre l’entrata della tangenziale Lame, assolutamente introvabile se non dopo ore di ricerche. Il tutto comincia così. Ti vengono a prendere in macchina ed ecco i primi drammi. Intanto sono persone mai viste. “Io sono la Margherita Benassi…”. Aaaah, ma certooo”. “Io sono Giuliano Gaiba…”. “Aaaaah, ma certooo”. E così via. Ti siedi nel sedile di dietro e mentre la Margherita e Giuliano parlano di fianco a te c’è Berselli che hai riconosciuto perché ha una voglia sul collo e te la ricordavi benissimo. Allora provi ad attaccare discorso: “E te Bersa cosa fai adesso? Lavori?”. Silenzio. Bersa guarda avanti. Non risponde. Non sai se fa l’asino o cos’altro, poi il cos’altro te lo dicono i due davanti. Bersa ha avuto un ictus cinque anni fa e non parla. Ah benissimo. Una bella partenza. Si fa un viaggio di fianco a Bersa nel sedile di dietro che è contrassegnato da alti momenti di imbarazzo. Poi si arriva nel posto introvabile e lì sei catapultato in una dimensione sconosciuta, di reduci dalla campagna di Russia, gente che ha ancora la neve sulle sopracciglia ma non è neve è che sono bianche e basta. Tratti somatici stravolti, occhiali, alcuni che zoppicano per recenti operazioni, qualcuno che non muove più un braccio, donne dal volto uscito da ritratti deformati da scherzi di perfidi grafici, colli con rughe, più che rughe, crepacci da Rolling Stones, sagome un po’ ingobbite e c’è anche uno con la sedia a rotelle che è quello che speravi di vedere perché era Peppe, il migliore di tutti, quello matto e che è finito così perchè è venuto giù da San Luca con un carriolo e nella curva delle Orfanelle ha tirato dritto. Il tutto fra urla ed esplosioni di meraviglia e di felicità ad ogni reicontro, esplosioni che servono per ammortizzare la botta di vedere uno un po’ invecchiato dove un po’ invecchiato è una cosa carina. A tavola poi un trionfo. Ci si strabuffa di cibi (perché non ci sono le mogli e anche i mariti non erano ammessi) e intanto si raccontano sfighe incredbili e si ricordano quelli caduti sul campo che non ci sono più. Vengono ricordati anche professoresse e professori, condendo il tutto con “sbisciate”, tipo che la prof di matematica era stata a letto con Ricci, ma non si può controllare perché Ricci non è venuto, sta a Toronto. Le cene delle elementari, delle medie o del liceo sono una delle cose più allegre da vivere per le feste. Un’ideona insomma. Il problema è che dopo tutti, festanti, si danno i numeri di telefoni. Il che significa seccature sicure per altri cinque o sei anni. Tipo andare a trovare uno in clinica tutti assieme. Poi ci si saluta. “Auguri eh”. “Ou ràgaz, l’importante è che ci ritroviamo ancora no? E Bersa, lì in disparte, sembra che sorrida anche lui.

One Response to “Mo chi el lu lè?”. E la cena di classe si trasforma in un dramma

  1. sedia Rispondi

    28 maggio 2015 at 07:29

    Bell’articolo, grazie mille.  Elda

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